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martedì 20 settembre 2016

LA POLITICA SULL'IMMIGRAZIONE DOPO BRATISLAVA







Uno dei punti dolenti dell'incontro europeo a Bratislava è stato quello  relativo  alla realizzazione di una  politica europea nei confronti della migrazione.
 Eppure l'accordo con la Turchia era stato una mossa in questa direzione che poteva lasciar immaginare una maggiore capacità comune di affrontare il problema !
Guardando la questione dalla parte italiana , mi sembra ineccepibile  ad esempio affermare  che se l'Europa ha una frontiera esterna ,  le nostre coste sono "frontiera esterna" europea, e pertanto  gli immigrati  che sbarcano da noi , sono immigrati che sbarcano in  Europa.
Dopo una prima registrazione  mi sembrerebbe  pertanto doveroso  accettare  che:
1) se sono profughi aventi diritto di asilo, debbano essere loro  ad indicare in quale posto dell'Europa vogliano vivere;
2) se non hanno diritto, bisognerà pensare a rimpatriarli,  e pertanto dovrebbe essere logico  pretendere che sia la U.E. a negoziare, con il suo peso e la sua autorità, gli accordi con i paesi di origine e/o con paesi amici disponibili  ed anche a sostenere le spese dei rimpatri."
Aggiungo ancora che anche i centri di prima  accoglienza  nei diversi paesi  europei  dovrebbero essere finanziati da  fondi europei e che l'inserimento nel mercato del lavoro  dovrebbe essere in ambito   europeo..Vi dovrebbe poi essere  l'immediata destinazione delle persone che utilizzano il centro  in lavori socialmente utili e/o in primi lavori d'ingresso nel mondo del lavoro a condizioni particolari stabilite in sede europea in deroga alle legislazioni nazionali del lavoro ( zero cuneo fiscale, orario ridotto di lavoro ad es 30 ore settimanali , stipendio di ca 450 euro mensili  che costituisce un incasso per il centro di accoglienza ecc);. Si potrebbe ipotizzare un anno di tempo  dopo il quale in caso di mancato inserimento stabile a tempo pieno  nel mercato del lavoro dovrebbe considerarsi il rimpatrio.
Accanto a questo penso sia indispensabile  l'avvio di una azione diplomatica europea  che ottenga da un lato l'impegno e la disponibilità dei paesi aderenti al rimpatrio dei migranti che non riusciremo ad integrare e dall'altro l'impegno  europeo per la realizzazione d'investimenti produttivi in joint venture con i governi e le imprese locali e/o  non, che realizzino occasioni di lavoro in questi paesi.ed un risvolto economico utile per tutti I Primi paesi oggetto dell'intervento potrebbero  essere la Tunisia , l'Egitto, L'Algeria . Il Marocco ,l'Iraq  il Libano ecc chiedendo opportune reciprocità  e garanzie per la gestione complessiva di  eventuali rimpatri. E' possibile immaginare un primo  utilizzo delle persone  nei settori, dell'agricoltura, della pesca, dell'energia. Si dovrebbe immaginare un grande processo d'investimento e cooperazione che veda partecipi e protagonisti i paesi disponibili e amici. L'investimento nella risorsa lavoro potrebbe essere per i primi anni a carico dell'Europa e così anche l'anticipo finanziario per la realizzazione degli investimenti produttivi  mentre i ricavi dovrebbero essere divisi fra il paese ospitante e l'Europa in modo da realizzare una vera e propria joint venture che realizzi nuovi insediamenti produttivi che nel tempo ripaghino l'investimento iniziale, trasformino parte degli assistiti in lavoratori pienamente integrati ed assicurino inoltre una  successiva corrente di profitto.
La spesa per gli investimenti produttivi dovrebbe essere totalmente rimborsata sia per la parte  capitale sia interessi grazie al ritorno dell'investimento.
Se poi, a giudizio e su iniziativa dei Paesi ospitanti, si volessero coinvolgere gli imprenditori privati di quei paesi e non solo sarebbe importante immaginare un loro coinvolgimento diretto nel capitale di rischio ed un esame dello stesso da parte delle banche locali con la concessione anche di rischi in proprio.
,Dato 100 l'investimento complessivo, 20 dovrebbe essere coperto dalle risorse proprie dell'imprenditore, 30 da finanziamento a rischio pieno  della Banca locale e 50 erogato dalle risorse finanziarie europee. Ovviamente il piano di rimborso dovrebbe prevedere rate unitarie comprensive della quota relativa alla Banca locale ed europea.   In tal modo fatto ad esempio 100 il volume delle risorse europee impiegate avremmo un investimento complessivo di 200
 Rispetto a quanto descritto dovrebbe fare eccezione un piano d'investimento per la realizzazione nell'intera area di almeno 30 impianti fotovoltaici della dimensione di quello appena realizzato in Marocco della potenza di cpl 580Mw:
Si parla di una spesa complessiva di 300MM  di euro il cui ritorno può avvenire nello spazio di dieci anni. Successivamente al rimborso dell'investimento iniziale  i ricavi degli impianti dovrebbero essere divisi al 50% fra la nazione ospitante e l'Europa così come la destinazione energetica.
Ripeto che  tutti  gli investimenti  sopra descritti dovrebbero essere preceduti da un vero e proprio accordo con i paesi amici attraverso di cui gli stessi dovrebbero impegnarsi a loro volta ad accettare i rimpatri e gestire i migranti nel loro territorio.

Questa ipotesi di lavoro  potrebbe essere valida anche se, paradossalmente,  vi fossero solo pochi paesi ( Italia , Grecia , ecc)  ad ospitare nel loro territorio i centri di accoglienza  ed in prima battuta vi fosse una distribuzione ineguale delle presenze : E' ancora accettabile ma solo per il primo anno se dopo è garantito il rimpatrio di chi non ha trovato un lavoro continuativo nell'intero mercato europeo: Se comunque i fondi europei hanno coperto le spese , se è stata fatta una politica comune di presidio delle frontiere e di acordo con i paesi  del Nord Africa e Medio Oriente per lo sviluppo dell'area ed i rimpatri.
Se neanche questo verrà fatto e verremo lasciati da soli al nostro destino allora dovranno essere riviste molte cose compresa la modalità della nostra partecipazione europea. In ogni caso dovremo gestire  i flussi dei migranti con modalità simili ma a nostro carico e dovremo tentare accordi  diretti con i paesi del Nord Africa e Medio Oriente che si dichiareranno disponibili .
Vi sarà un grosso problema  di natura finanziaria che si sommerà a quanto è già necessario per il rilancio del nostro  sviluppo ed il sostegno alla nostra disoccupazione e dovremo tentare di ricorrere al mercato con l'emissione di  bond specifici.
Riusciremo a questo punto a non peggiorare ulteriormente i nostri parametri finanziari e rimanere nei parametri del Fiscal Compact? Riusciremo in ogni caso ad avere un piano di lavoro credibile e vincente che riesca a convincere i mercati a darci fiducia?
Personalmente non lo ritengo possibile se non grazie ad una contemporanea  grande redistribuzione interna delle ricchezze, che unita ad una grande modernizzazione e semplificazione della nostra società, alla fine riesca a e spostare  le risorse verso il lavoro.

mercoledì 14 settembre 2016

RESPONSABILITA’, LAVORO, SOLIDARIETA’

















La forza e la gravità della crisi economico/finanziaria, che dal 2007-2008 ha progressivamente ridotto il livello di vita dei paesi occidentali, ha colpito in modo particolarmente grave il nostro Paese che, da tempo, presenta problemi di crescita della sua economia.


Nel corso di questi ultimi anni, il quadro strutturale è peggiorato. Abbiamo perso la nazionalità di molte imprese prestigiose, altre hanno preferito trasferire la loro sede sociale e fiscale altrove, altre hanno delocalizzato i propri stabilimenti.
Abbiamo perso posizioni nel confronto fra i livelli di produttività dei principali paesi nostri concorrenti. Il nostro CLUP viaggia con un divario di ca. il 20% rispetto a quello dei paesi più avanzati dell'area europea ed il cuneo fiscale sul lavoro a carico delle nostre aziende è particolarmente gravoso. Non meno pesante appare il livello degli investimenti dedicati all'innovazione che è sensibilmente più basso di quello dei nostri principali partners internazionali.
Tutto questo comporta, per i più deboli, il peggioramento delle opportunità di lavoro e delle condizioni di vita. L'allargarsi del fenomeno della disoccupazione e della povertà. Oltre quattromilioni e mezzo di cittadini italiani ha un reddito al di sotto della soglia della povertà e la disoccupazione si mantiene ancora su livelli molto elevati.
Se a questo, aggiungiamo la pressione migratoria, che ancora per molti anni probabilmente graverà sul nostro paese, ci rendiamo conto di come sia necessario tentare un grande sforzo di solidarietà collettiva per superare questo difficile momento.
Mi sembra che le strade da battere non possano che essere quelle della responsabilità, del lavoro, della solidarietà.
Per quanto riguarda il primo aspetto penso che sia chi ricopre il più basso livello lavorativo che il più elevato ed, in sostanza, ogni cittadino di questo Paese dovrebbe sentire, in prima persona, la responsabilità di rendersi utile per superare questo difficile momento.
Come, in altri tempi, suggeriva J.F Kennedy in un suo famoso discorso non chiediamoci cosa l'Italia e lo Stato possono fare per noi; ma, piuttosto, quello che "Noi" possiamo fare per la comunità cui apparteniamo. Come possiamo rendere migliore ed efficiente il nostro lavoro , la nostra presenza sociale, il nostro rapporto con gli altri. Come possiamo evitare di fermarci a dire che una questione non è di nostra competenza ma provare, comunque, a risolverla insieme agli altri, coinvolgendo chi ne ha la responsabilità. Provare, insieme agli altri cittadini, a migliorare il livello culturale ed il diffuso senso civico del nostro Paese.
Vogliamo e ci sentiamo in grado di assumere questa responsabilità?
 Almeno, proviamoci!

La seconda questione è il lavoro.

Dobbiamo favorire tutte le occasioni che consentano di dare lavoro.
Dobbiamo tentare di comprendere la lezione tedesca contenuta nella riforma Hartz e pretendere che chiunque goda di un sussidio sociale sia disponibile a prestare un lavoro socialmente utile offerto dallo Stato e non possa rifiutare qualunque offerta di lavoro privato anche se di qualifica inferiore alla sua professionalità. Allo stesso tempo dobbiamo tentare di combattere la trappola del mini-job impedendo che si cristallizzi in una situazione definitiva e porti progressivamente all'emarginazione. Probabilmente si dovrà prevedere un periodo massimo oltre il quale il lavoratore possa acquisire una specie di diritto di prelazione nel mercato del lavoro; ad esempio, sotto forma di vantaggio fiscale per l'impresa che lo assume, paragonabile a quello che ha permesso il passaggio a tempo indeterminato di molti contratti di lavoro precari, recentemente in Italia.
Dobbiamo completare la riforma della Pubblica Amministrazione consentendo:
a)      il demansionamento 
b)      la possibilità di trasferimento fra un settore e l'altro
c)      la possibilità del trasferimento territoriale
d)      l'equiparazione al settore privato per quanto riguarda la possibilità di licenziamento definendo in questo caso i parametri necessari, le  modalità. ed indennità
e)      una riforma della struttura del salario individuale legandone una parte (il 25% ?) alla produttività personale
Questo per permetterne una ristrutturazione complessiva nel segno della maggiore produttività ed efficienza.
Dobbiamo dedicare risorse alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro a carico delle imprese. E' questo il modo più rapido per recuperare in tempi brevi maggiori livelli di produttività senza intaccare  il potere d'acquisto dei salari operai.
Dobbiamo aumentare le risorse dedicate alla disoccupazione, in particolare di lunga durata.
Lo Jobs Act, recentemente approvato, è nato nello spirito di consentire la flessibilità e la mobilità del lavoro verso il suo impiego maggiormente produttivo; ma, tutto questo non deve essere pagato personalmente dal singolo lavoratore, il quale ha il diritto di essere adeguatamente sostenuto dall'intera società.
Diventa evidente pertanto una riqualificazione produttiva di tutto il sistema Italia, sia privato che pubblico orientato verso una maggiore produttività e verso una maggiore solidarietà verso chi deve reinserirsi nel lavoro, desidera entrare nel mercato per la prima volta o appartiene a strati della popolazione ancora più svantaggiati come le donne, gli anziani.  Una spesa pubblica orientata il più possibile alla produttività ed alla realizzazione d'economie esterne per le imprese e la solidarietà verso i più deboli, con un possibile sacrificio dei più forti a contribuire maggiormente per il godimento dei servizi pubblici.
Abbiamo bisogno di nuove risorse pubbliche  da destinare allo scopo e parte di quelle attuali devono essere utilizzate  in modo diverso.
Le maggiori risorse pubbliche possono venire dallo sfruttamento e valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. Possono venire dalla migliore utilizzazione del personale. Possono venire da una diversa allocazione della spesa verso servizi che possano avere degli introiti diretti. Possono ottenersi attraverso un aumento delle tariffe dei servizi a carico dei più abbienti. Possono venire anche da un maggiore contributo di solidarietà da parte delle famiglie più ricche.

La solidarietà:
Si possono individuare due flussi principali aggiuntivi di risorse:
Il primo riveniente da una tassazione specifica dello 0,20% sulle ricchezze finanziarie detenute dalla famiglie italiane.
Secondo i dati forniti dalla Banca d'Italia, le ricchezze finanziarie delle  famiglie italiane  al 2014 nel Supplemento al bollettino statistico- Nuova serie –Anno XXIV –16 dicembre 2015- n. 69

        Nella  Tavola uno ,il totale delle  attività finanziarie  del 2014 delle famiglie italiane  è pari a  3897,2 MM  dont  crediti commerciali 102,5MM, partecipazioni in soc. persone 211,9  MM prestiti dei soci alle cooperative  15,6MM,riserve tecniche assicurazione 803,8. Se proviamo a depurare il dato da questi ultime attività indicate,  pari a cpl. 1133,8MM , abbiamo un importo di  2763,4MM.  Lo 0,20%  sarebbe  pari a  5,5MM . Stiamo parlando di una tassazione di 2000 euro su attività finanziarie di 1.000.000 d'euro .

Il secondo flusso di solidarietà potrebbe essere riveniente dall'aumento dell'imposizione fiscale progressiva per i redditi superiori a 70.000 euro annui.
Nello studio sui dati IRPEF 2014  elaborati dal Ministero delle Finanze ed economia
http://www1.finanze.gov.it/finanze2/analisi_stat/v_4_0_0/contenuti/analisi_dati_2014_irpef.pdf?d=  si legge che :"I soggetti che dichiarano un'imposta netta Irpef sono 30,7 milioni (il 76% del totale contribuenti) e dichiarano un'imposta netta pari a 151,2 miliardi di euro per un valore pro capite di 4.920 euro; circa 10 milioni di soggetti hanno imposta netta pari a zero. Si tratta, ad esempio, di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero oppure di contribuenti che fanno valere detrazioni tali da azzerare l'imposta lorda. Analizzando la distribuzione dell'imposta per classi di reddito complessivo si evidenzia che i contribuenti con redditi fino a 35.000 euro (85% del totale contribuenti con imposta netta) dichiarano il 47% dell'imposta netta totale, mentre il restante 53% dell'imposta netta totale è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35.000 euro (15% del totale dei contribuenti). I soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300.000 euro dichiarano il 4,9% dell'imposta totale "
In valore assoluto, l'imposta  dichiarata da questo solo gruppo di reddito (oltre € 300.000) è pari a  7,40 MM . Oggi, a questi redditi viene applicata un'aliquota del 43% mentre, se provassimo ad applicarne una del 75%, si avrebbero risorse aggiuntive per 5,5MM d'euro.Se diversamente si volessero invece incrementare progressivamente le aliquote marginali a partire dai redditi superiori a € 70.000, probabilmente, si potrebbe ottenere un risultato anche superiore, senza arrivare ad un'aliquota del 75% per i redditi oltre i 300.000 euro, restando sufficiente una fino al 65%.

Comprendo che parlare di maggiore imposizione fiscale e di solidarietà, in un momento in cui da ogni parte si richiede una riduzione del carico fiscale, possa sembrare impopolare ed addirittura improvvido. In realtà, la maggiore solidarietà è richiesta ai più abbienti e non è strettamente connessa ad un incremento complessivo del carico fiscale rispetto al PIL. Si possono prevedere delle riduzioni su altri segmenti (come ad esempio io stesso suggerisco per quanto riguarda il cuneo fiscale a carico delle imprese).Si possono prevedere delle riduzioni sulle fasce deboli di reddito grazie ad una lotta più serrata all'evasione fiscale. Si possono pensare a delle riduzioni dovute all'incremento delle entrate dello Stato rivenienti dalle prestazioni di servizi, tariffe o sfruttamento del patrimonio artistico ecc.





mercoledì 27 luglio 2016

TERRORISMO........CHE FARE ?




Quando proviamo ad affrontare il fenomeno terrorismo, il pensiero, per noi italiani, va immediatamente agli anni di piombo ed all'esperienza delle BR.
Chi ricorda quegli anni sa quanto importante fu l'azione della triplice sindacale, che avviò la stagione delle riforme, dando, in quel modo, uno sbocco  forte alla lotta operaia e studentesca e contrastando  con altrettanta fermezza ogni ipotesi di chiudere il discorso con la violenza.
Fu battuto non solo il terrorismo, ma anche ogni  tentativo di golpe, le varie e pericolose deviazioni di settori dello Stato , le varie "strane" stragi.
La lezione, a mio parere, fu quella di aiutare la gente comune a trovare una strada percorribile e credibile per il miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, isolando in tal modo le suggestioni estremiste del terrorismo. 
Come fare qualcosa di simile oggi? 
Per prima cosa, dovremo cercare di approfondire e comprendere quali sono le tensioni e le speranze che guidano milioni di persone del nord Africa e Medio Oriente nella loro ricerca di un miglioramento di vita che passa dai fenomeni migratori , dalla lotta religiosa fra sciiti e sunniti , dalla mancata accettazione dello Stato d'Israele e la denuncia della situazione dei Palestinesi ed infine dall'individuazione dell'Occidente  come storico portatore d'ineguaglianza e di oppressione,  con le sue guerre d'intervento , lo scambio ineguale, l'appoggio a dittature  ed a regimi autoritari.
Dovremmo cercare di comprendere  quali sono i termini del disagio e cosa muove queste persone sia nelle loro terre che presso di noi.
Per poter battere l'ipotesi della guerra santa e del terrorismo come risposta a tutto questo , isolando i terroristi, dobbiamo essere in grado di elaborare una risposta convincente di sviluppo  e di convivenza pacifica in tutta l'area.

Dobbiamo quindi essere capaci di gestire in maniera adeguata e controllata il fenomeno migratorio, che non può essere l'unica soluzione al problema economico e sociale per questa gente .
Il problema non può essere, per la sua vastità, gestito da un solo paese.

Dovremo essere capaci, come Europa, di trovare soluzioni percorribili. 
Un fenomeno di riassetto internazionale è stato già affrontato  con successo dagli stati che per primi hanno iniziato il progetto EU: il disfacimento del Comecon e l'integrazione dei paesi balcanici.
Il fenomeno è stato completamente diverso.  Erano paesi europei e si poteva immaginare , come è poi avvenuto , una loro possibile diretta integrazione.
La libera circolazione delle persone ha favorito l'arrivo di queste persone nei nostri paesi e ha permesso loro di occupare tante posizioni lavorative .Abbiamo assistito a una forte delocalizzazione delle nostre imprese e per la prima volta il saldo delle rimesse emigrati del nostro paese è diventato negativo. Ci trovavamo tuttavia in presenza di persone di cultura simile  e  quel processo ha portato ad uno sviluppo economico importante di cui tutti ed in particolare la Germania abbiamo goduto. 
Molte risorse del Bilancio europeo sono state destinate alla  crescita di questi paesi che oggi ne temono una distrazione a favore dei nuovi inquilini: i migranti. 
Oggi la situazione è completamente diversa.

Dobbiamo capire come muoverci insieme  e come gestire i processi per evitare di esserne travolti.

Penso che  un riassetto dell'area del Medio Oriente e Nord Africa, per la sua vicinanza strategica al nostro Continente, non possa vederci semplici spettatori: Non sarà possibile , ne saremo coinvolti e sconvolti.
Non mi sembra che il problema sia quello su come intervenire all'interno dei conflitti esistenti anche se tatticamente sarà comunque necessaria una posizione comune forte. Il problema è che, strategicamente, non possiamo sfuggire alla nostra evidente responsabilità di essere uno dei principali punti di confronto per queste popolazioni.
Sia dal punto di vista dei rapporti commerciali, che degli investimenti produttivi e nelle  infrastrutture, sia nei rapporti educativi e scientifici ,una parte consistente di queste popolazioni guarda ed è condizionata nella propria vita dal rapporto con l'Europa . Il problema è quindi strategicamente  impostare le condizioni per una convivenza pacifica e di sviluppo  dell'area: Uno sviluppo che coinvolga questi paesi  all'interno degli investimenti produttivi, di servizi ed infrastrutturali dell'area con pari dignità . di quelli europei.  Non credo che vi possano essere alternative.
Tutto il passato della nostra storia c' insegna che l'area del Mediterraneo è stato un perenne terreno di scontro e confronto fra culture  e popolazioni delle due sponde del mare: Questo ha permesso lo sviluppo di civiltà che hanno coinvolto anche i paesi più lontani. Non credo che potremo esimerci da questo confronto e. paradossalmente, quelle che oggi sembrano soluzioni più pratiche ed efficaci,  dettate dall'urgenza ( come ad es. lo stato di massima sicurezza in Francia o altre misure di polizia e di prevenzione ...) sono sicuramente necessarie, ma non ci consentono di superare la situazione  in  cui stiamo precipitando.:
 Qualcosa si è mosso in questi Paesi e gli equilibri precedenti, figli di quella divisione internazionale del potere conseguente alla " Guerra Fredda", sono definitivamente saltati.  Né Russi , né Americani possono , da soli , ritornare a dettare i tempi ed i modi del nuovo equilibrio che in qualche modo ci coinvolge. 
Prima ne prendiamo atto e meglio è.



giovedì 23 giugno 2016

Convivenza pacifica per lo sviluppo del Mediterraneo

 

 

L'area del Mediterraneo, composta dalle popolazioni e dai Paesi che si affacciano su questo mare, ha rappresentato nel corso della storia una delle zone di maggiore sviluppo delle arti, dei commerci, della scienza e delle civiltà. Le relazioni fra i popoli sono state spesso flagellate da scontri mortali; ma, indubbiamente, l'incontro e la contaminazione delle diverse culture sono stati per secoli un'occasione di crescita e di sviluppo.

Oggi, è sotto gli occhi di tutti il fermento che pervade l'intera area. Il desiderio di miglioramento che porta milioni di persone ad attraversare questo mare guidate dalla speranza di trovare condizioni di vita migliori e diverse.

Affrontare questa sfida è un dovere; ma, può anche rappresentare una grande occasione di sviluppo.

Così come lo svincolo dell'area dei Balcani dall'influenza del Comecon, con la fine dell'Impero Sovietico, ha rappresentato per quei paesi e per una parte importante dell'Europa, a cominciare della Germania, una grande occasione di crescita, oggi, la rivitalizzazione del Mediterraneo può essere, soprattutto per i Paesi del Sud Europa, una grande occasione di sviluppo, insieme alle popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa.

Tutto questo può avvenire sotto la parola d'ordine del rispetto reciproco, della cooperazione, della convivenza pacifica.

Possiamo e dobbiamo sfidare le ipotesi terroristiche e conflittuali che vedono, nella guerra fra culture, religioni e popolazioni, l'unica modalità del rapporto con l'Occidente e l'unico percorso possibile per liberarsi da scambi ineguali e dalla realtà del sottosviluppo.

La convivenza pacifica è la base su cui sviluppare un progetto di crescita economica e culturale dell'area, che recuperi le luci di una storia passata. Nell'ambito di una nuova cooperazione è possibile il superamento di antiche diffidenze e di conflittualità mai risolte, come quelle che dividono gran parte del mondo arabo da Israele. La condizione deve essere quella della cooperazione per un profondo sviluppo economico e civile.

E' possibile convogliare su di una progettualità di questo tipo i capitali internazionali necessari per realizzare gli investimenti produttivi sul cui successo far crescere e sviluppare la credibilità di questa iniziativa?

Credo che sia possibile se i principali paesi del Sud Europa e non solo, partecipanti a questo progetto, dessero vita ad un fondo per lo sviluppo del Mediterraneo, all'interno della Comunità Europea, con caratteristiche simili a quello utilizzato per il risanamento del debito greco sostenuto inoltre dalla BCE:

E' possibile elaborando precisi progetti ed iniziative che prevedano nel dettaglio le caratteristiche dell'investimento ed il suo ritorno finanziario. Su queste basi credo che sia possibile ottenere il sostegno e la sottoscrizione delle obbligazioni finanziarie necessarie alla realizzazione delle diverse iniziative da parte degli investitori internazionali.

L'attuale basso costo del denaro sul mercato dei capitali dell'euro e del dollaro costituisce inoltre una buona premessa per le migliori condizioni dell'investimento e per il suo adeguato ritorno finanziario.

E' possibile prevedere un intervento nei paesi amici e disponibili nel Nord Africa  e Medio Oriente. E' possibile immaginare un utilizzo delle persone  nei settori, dell'agricoltura, della pesca, dell'energia. Si dovrebbe immaginare un grande processo d'investimento e cooperazione che veda partecipi e protagonisti i paesi disponibili e amici. L'investimento nella risorsa lavoro potrebbe essere per i primi anni a carico dell'Europa e così anche l'anticipo finanziario per la realizzazione degli investimenti produttivi  mentre i ricavi dovrebbero essere divisi fra il paese ospitante e l'Europa in modo da realizzare una vera e propria joint venture che realizzi nuovi insediamenti produttivi che nel tempo ripaghino l'investimento iniziale, trasformino parte degli assistiti in lavoratori pienamente integrati ed assicurino inoltre una  successiva corrente di profitto.

La spesa per gli investimenti produttivi dovrebbe essere totalmente rimborsata sia per la parte  capitale sia interessi grazie al ritorno dell'investimento.

SE poi, a giudizio e su iniziativa dei Paesi ospitanti si volessero coinvolgere gli imprenditori privati di quei paesi e non solo sarebbe importante immaginare un loro coinvolgimento diretto nel capitale di rischio ed un esame dello stesso da parte delle banche locali con la concessione anche di rischi in proprio.

,Dato 100 l'investimento complessivo, 20 dovrebbe essere coperto dalle risorse proprie dell'imprenditore, 30 da finanziamento a rischio pieno  della Banca locale e 50 erogato dalle risorse finanziarie europee. Ovviamente il piano di rimborso dovrebbe prevedere rate unitarie comprensive della quota relativa alla Banca locale ed europea.   In tal modo fatto ad esempio 100 il volume delle risorse europee impiegate avremmo un investimento complessivo di 200

 Rispetto a quanto descritto dovrebbe fare eccezione un piano d'investimento per la realizzazione nell'intera area di almeno 30 impianti fotovoltaici della dimensione di quello appena realizzato in Marocco della potenza di cpl 580Mw:

Si parla di una spesa complessiva di 300MM  di euro il cui ritorno può avvenire nello spazio di dieci anni. Successivamente al rimborso dell'investimento iniziale  i ricavi degli impianti dovrebbero essere divisi al 50% fra la nazione ospitante e l'Europa così come la destinazione energetica. .

 

Quest'ultimo piano d'investimenti e gli altri sopra descritti dovrebbero essere preceduti da un vero e proprio accordo con i paesi amici attraverso di cui gli stessi dovrebbero impegnarsi a loro volta ad accettare i rimpatri e gestire i migranti nel loro territorio.

Se superassimo le diffidenze reciproche e l'estremismo di una visione culturale e religiosa intransigente e irrispettosa delle ragioni dell'altro, potremmo forse riuscire a trasformare quest'area da focolaio di tensioni a fulcro di sviluppo culturale, scientifico e produttivo.  

 

 

lunedì 20 giugno 2016

LE RAGIONI DEL POPULISMO

          

 

 

Alla luce dei risultati del ballottaggio delle ultime amministrative, non si può non cercare di riflettere sulle motivazioni che hanno permesso l'affermazione, fra la popolazione, dei candidati di movimenti, come il Cinque Stelle, di evidente matrice populista.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, anche la crescente importanza, all'interno dell'area di Centro Destra, della Lega Nord.

Mi sembra che il fenomeno presenti delle peculiarità legate alla storia politica ed economica del nostro Paese; ma, in qualche modo, rifletta e s'inquadri all'interno della grande trasformazione che ha investito i paesi occidentali ed i rapporti internazionali, successivamente alla crisi finanziaria del 2007/2008.

La crisi della classe politica tradizionale investe, infatti, molti paesi europei e gli stessi USA; mentre, forti tensioni   sono presenti nell'area del Mediterraneo.

Il dibattito politico interno alle elezioni presidenziali americane vede, come non mai, l'esasperazione dei toni usati dal leader repubblicano Donald Trump e, a sinistra, l'originalità di un politico come Sanders, che riscopre proposte e toni di lotta nei confronti di un'eccessiva ineguaglianza sociale.

La stessa affermazione di Corbyn, all'interno del Labour britannico, segue un percorso analogo. Movimenti come Podemos in Spagna, Syriza in Grecia ma, anche, di Alba Dorata, della Lega Nord, di Casa Pound ecc. ci parlano di una vasta insofferenza nei confronti dell'establishment da destra e da sinistra.

Movimenti come quello degli Indignados, Occupy Wall Street   o come il Movimento Cinque Stelle affondano le loro radici in una richiesta di partecipazione dal basso e di critica alle scelte delle classi politiche dominanti, avvertite sempre più come estranee e legate ai poteri forti della società, che non si curano e non soddisfano più le necessità delle classi popolari e degli stessi ceti medi.

Siamo probabilmente in presenza di una crisi e trasformazione del modello di sviluppo delle nostre società e della sua conseguente gestione politica.

I punti principali di questo processo riguardano sia il controllo e la gestione dei fattori produttivi: capitale, lavoro tecnologia, sia il rapporto ed il nesso fra l'azione dello Stato, o pubblica che dir si voglia, e l'iniziativa economica privata, sia la nuova configurazione del welfare, sia il rapporto fra cittadino ed istituzione ed il percorso della rappresentanza politica.

Tutto questo all'interno di un quadro internazionale in profondo riassetto degli equilibri di potere e della divisione del lavoro.

Quasi tutti i movimenti evidenziano il profondo disorientamento avvertito all'interno della popolazione su questi processi, che oggi sono vissuti in prima persona con la difficoltà di sopportare la flessibilità del lavoro, che significa, concretamente, il pensiero di cambiare lavoro nel corso della propria vita lavorativa, affrontare periodi di disoccupazione, poter forse disporre di minori garanzie sindacali nei confronti di possibili abusi dei datori di lavoro, ipotizzare tempi per il godimento del diritto alla pensione più lunghi e possibili importi pensionistici più modesti.

Accanto alla richiesta di flessibilità c'è, tuttavia, in molte aree la presenza di una forte inoccupazione, che colpisce, in special modo, le parti deboli della popolazione come le donne i giovani e gli anziani

C'è poi la diffusa percezione di una diseguale distribuzione delle ricchezze ed una sproporzione esagerata dei redditi percepiti fra una massa della popolazione, che comincia a comprendere anche i ceti medi, e sempre meno privilegiati.

Una sproporzione delle ricchezze che aumenta la fascia del capitale puramente finanziario, che non riesce a trasformarsi in capitale produttivo per la generale riduzione degli investimenti legati ad una complessiva crisi della domanda ed a una ridotta competitività nei confronti dei paesi emergenti che possono applicare ridotti costi del lavoro   a parità di contenuto tecnologico della produzione.

 

La crisi finanziaria del 2007 è poi diventata anche una crisi finanziaria del debito pubblico, coinvolgendo l'organizzazione e sostenibilità del welfare nei paesi europei, che avevano fatto dello Stato sociale uno dei punti cardini di eccellenza della propria cultura.

Anche su questo, il malcontento popolare prova ad individuare nelle classi dominanti e nel nesso fra politici e poteri forti dell'economia e della società la causa della riduzione o del peggioramento delle misure sociali di cui ha goduto fino a quel momento. La gestione delle risorse pubbliche, la loro destinazione e, spesso, deviazione ,con fenomeni di corruzione / concussione, diventano il punto centrale della contestazione della classe politica tradizionale. La richiesta di un nuovo rapporto fra cittadino ed istituzioni.

 

Se poi il riassetto internazionale,   ad esempio dell'area dei Balcani prima ed oggi del Mediterraneo, inaugura movimenti migratori di portata storica è possibile che, ad esempio, progetti come quello dell'integrazione europea siano messi in seria difficoltà, così come la capacità di accoglienza culturale e d economica delle nostre società.

 

Tutti questi problemi, almeno negli ultimi vent'anni, non hanno avuto una convincente risposta da parte della politica tradizionale e spesso l'analisi ideologica e culturale sono state latenti ed insufficienti. Le forze progressiste, in particolare, sono rimaste legate ad una visione dell'organizzazione sociale che nel corso degli anni ha evidenziato molti problemi spesso ignorati e che non hanno trovato una sufficiente risposta nella loro elaborazione culturale..

 La sfida di modernizzazione che, ad esempio, la nuova dirigenza del PD sta portando avanti incontra forti resistenze all'interno dello stesso partito; mentre, d'altra parte, dovrà ancora fare i conti con la richiesta di un nuovo rapporto di partecipazione del cittadino con le istituzioni, con una ridefinizione del concetto di lotta alla disuguaglianza nelle società moderne, con una ridefinizione del welfare e del rapporto fra l'azione pubblica e l'economia nel segno del supporto all'innovazione e d'indirizzo dello sviluppo.

Dovrà inoltre sfidare sul terreno della costruzione europea resistenze e timori che possono portarci tutti  verso un nuovo , pericoloso e  conflittuale  nazionalismo.

Su queste scelte e su questi terreni sarà possibile misurarsi e vincere la battaglia nei confronti di soluzioni populiste che, se pur oggi sembrano raccogliere consensi, alla distanza possono diventare pericolose per la democrazia e la libertà ed incapaci di assicurare un reale sviluppo e benessere economico e civile delle popolazioni.

La gente desidera una risposta alla propria insicurezza e una speranza per il futuro. Desidera avere la possibilità, con il proprio lavoro, di assicurare un sereno futuro alla propria famiglia. Desidera protezione dalla prepotenza e dall'ingiustizia della corruzione e della delinquenza. Desidera che sia data la giusta importanza alla meritocrazia ma che anche l'ultimo cittadino abbia il diritto/dovere di vivere con rispetto all'interno della società..E' disponibile ad accogliere le persone che bisognose bussano alla sua porta ma desidera analogo rispetto per la propria casa e per le regole che la dirigono.

 

 

 

giovedì 5 maggio 2016

La migrazione è un problema di tutti i paesi dell'Eurozona

 

Nonostante le proposte contenute nel Migration Compact dal Governo italiano e le parole pronunciate dal Papa a Lesbo, il modo di procedere dei governi europei non sembra in grado di affrontare con apertura ed equilibrio il problema dei rapporti con il fenomeno complesso del riassetto dell'area dell'Africa settentrionale e del Medio oriente e la conseguente eccezionale ondata migratoria ¨.

Pur dopo gli accordi con la Turchia, continuiamo ad osservare il disagio delle popolazioni in Grecia ed è probabile che molto presto il fenomeno interesserà il nostro paese, con un afflusso dei migranti molto superiore al passato.

 Ma già la paura di essere coinvolti serpeggia in Europa e aumentano i controlli alle frontiere.

Quello che, tuttavia, appare evidente è l'inadeguatezza del modo di gestire la situazione, scaricando il problema sui paesi di confine. D'altra parte, è anche giusto affermare che, a loro volta, questi paesi non possono pensare di sottrarsi da ogni responsabilità, cercando di favorire il passaggio dei migranti verso i paesi del Nord Europa.

Il gioco è rotto!  Nonostante i trattati in essere, la gestione dei flussi migratori non può essere un problema solo dei paesi di confine e non può essere affrontato discutendo di eventuali risorse da mettere a disposizione degli stessi per la gestione del problema solo sul loro territorio.

 La rilevanza del fenomeno migrazione, al contrario, comporta la necessità di una risposta comune che preveda il reperimento di risorse  specifiche per  finanziare:

-centri di prima accoglienza e lavoro su tutto il territorio europeo con specifica normativa comune  europea in deroga a quella dei singoli paesi (ad esempio in tema di legislazione del lavoro ecc);

- organizzazione di centri europei per l'impiego specifici per i migranti;

-sorveglianza dei confini europei con la creazione di una forza militare comune ed accordi con i paesi di provenienza per i rimpatri;

-investimenti comuni nelle zone geografiche di provenienza; 

Personalmente,   ritengo che la portata del fenomeno sia tale da mettere in discussione il mercato del lavoro europeo, la tipologia delle produzioni nell'eurozona  e le relazioni  commerciali e politiche con i paesi di provenienza.-

Non possiamo pertanto limitarci ad affrontare esclusivamente il problema della prima accoglienza o di una possibile ripartizione fra i paesi membri, senza valutare la permanenza del fenomeno, la necessaria integrazione di queste persone e l'importanza di fare in modo che quest'afflusso di persone diventi una grande  risorsa umana.

Non possiamo pensare, cioè, che questa massa enorme di persone possa essere considerata un problema umanitario da mantenere comunque in perenne stato di emergenza, lontano dalla nostra realtà sociale. Siamo di fronte ad un fenomeno che cambia i termini non  solo della nostra esistenza culturale, ma anche del nostro sistema sociale, economico e lavorativo.

L'Eurozona ha la possibilità di utilizzare in maniera proficua ed efficace  questo enorme esercito di riserva di manodopera per creare ricchezza  ed un miglioramento generale delle condizioni di vita dei suoi cittadini ? 

Pensiamo al contrario di porre una barriera per arrestare il fenomeno in quanto riteniamo di non avere la possibilità di utilizzare queste risorse?? Quali potrebbero essere le conseguenze ?

L'Eurozona può limitarsi, pertanto,  a gestire la questione sul suo territorio o sarà indispensabile investire  congiuntamente importanti risorse in maniera programmata nei paesi di provenienza? Quali investimenti  potrebbero essere effettuati ed in quali settori ?

Quali cambiamenti delle regole del mercato del lavoro dovranno essere attuate per consentire un progressivo inserimento dei migranti senza disperdere i diritti e le conquiste dei lavoratori europei? Sarà necessario stabilire delle prime regole europee comuni, in deroga alle diverse legislazioni nazionali sul  lavoro,  per il primo periodo d'inserimento ? 

E' possibile gestire il problema dei migranti senza farsi carico contemporaneamente  ed insieme almeno degli inoccupati europei?

La mia impressione è che, tuttavia, la classe dirigente europea sia molto lontana da una prospettiva del genere : Si dimostra impreparata e divisa. Pensa di gestire tutto a livello nazionale o scaricando la questione sulla Turchia di turno: Niente di più illusorio! Dobbiamo iniziare una profonda lotta politica in Europa per far affermare una classe dirigente diversa che sia favorevole a queste misure.

martedì 3 maggio 2016

La decadenza,un'ipotesi drammatica del nostro futuro.

 

In un una recente intervista a Romano Prodi su"Il Corriere della Sera"del  22 aprile 2016, lo stesso  afferma tra l'altro:

"La Banca centrale ha capito il pericolo di una stagnazione prolungata e fa di tutto per evitarla.Ha evitato il disastro, ma ha esaurito le sue munizioni. Il pericolo della stagnazione è ancora di fronte a noi: se continuiamo con la distruzione della classe media e l'accumulazione della ricchezza nella classe più elevata, che non consuma, costruiamo la stagnazione secolare".

Personalmente, condivido il concetto che alla radice del problema vi sia l'eccessiva concentrazione della ricchezza prodotta in poche mani. Questo peggioramento dell'ineguaglianza, a mio parere, porta ad un prevalere di una classe agiata che ha una minor propensione al consumo rispetto ai ceti più poveri e con una tendenza a preferire la rendita al lavoro produttivo. A loro volta,  le imprese, di fronte a questa contrazione della domanda  mondiale, tendono a ridurre gli investimenti e la richiesta di capitali al settore finanziario.

 Sicuramente, fino a quando la dilatazione del debito pubblico e privato ha consentito ai ceti medi dei paesi industrializzati di mantenere o addirittura migliorare il loro livello di vita, la domanda non ne ha risentito. Anche la spesa pubblica complessiva dei paesi industrializzati, finanziata in parte dai paesi emergenti, è stata funzionale. Il gioco è saltato quando l'indebitamento privato è stato eccessivo proprio nella capitale del mondo: gli USA. La crisi finanziaria del 2008 è stata la constatazione dell'eccessivo indebitamento delle famiglie.

In seguito alla crisi finanziaria  le disponibilità dei paesi emergenti si sono spesso orientate poi all'acquisizione delle dirette attività produttive occidentali, spogliando in parte  le nostre  risorse.  La delocalizzazione produttiva,  operata da molte multinazionali, ha fatto il resto e per  il capitale finanziario è stato utile investire nei paesi emergenti che assicuravano maggior ritorno dell'investimento con produzioni a basso costo che hanno invaso i mercati mondiali.

Oggi  colossi  come la Cina  cominciano  a guardare  con maggiore attenzione lo sviluppo della propria domanda interna e sono meno disponibili a finanziare il nostro debito.

Atri paesi  emergenti rallentano il passo e rischiano la fragilità a causa dell'eccessivo indebitamento finanziario delle proprie aziende nei confronti dei capitali esteri e per la crisi dei prezzi dei prodotti energetici di cui sono esporatori.

Nei paesi industrializzati le famiglie del ceto medio di certo non possono subire l'impoverimento progressivo, se si vuole ritornare a parlare di miglioramento delle condizioni generali di vita. Una quota maggiore della ricchezza sociale prodotta  o direttamente (con maggiore occupazione e/o aumento dei salari)  o indirettamente (tramite l'investimento pubblico) deve tornare  ai ceti popolari e medi se vogliamo far ripartire la crescita produttiva.

Personalmente sono quindi convinto che per combattere questa tendenza alla stagnazione si dovrebbero attuare due  interventi  :

a) ridurre la disuguaglianza, aumentando la quota di ricchezza prodotta da distribuire ai ceti popolari e medi;

b) potenziare gli investimenti pubblici  specialmente in quei settori che possono ulteriormente  modificare il livello di ricchezza sociale complessivo ma che immediatamente possono risultare non particolarmente convenienti. Un pò quello che nel passato è avvenuto con i grandi processi di elettrificazione, la ferrovia, le grandi conquiste sociali,  con la ricerca spaziale, con le autostrade informatiche ecc che hanno modificato la nostra vita e aumentato in maniera stabile la crescita economica.

Per attuare una adeguata redistribuzione delle ricchezze in tempi rapidi  è necessario prendere in seria considerazione la leva fiscale  per consentire da un lato un maggiore contributo sociale  dei redditi più elevati e in qualche modo scoraggiarne  la diffusione e la crescita. .

Politicamente può essere una misura impopolare, con forti controindicazioni per il consenso politico  dei partiti che porteranno avanti queste politiche; tuttavia, mi auguro di sbagliarmi, ma non vedo alternative.

Una parte dei paesi industrializzati, in particolar modo dell'area europea,  rischia per molti anni un avvitamento ed una possibile decadenza se non riesce a far riprendere  la propria domanda interna con una  migliore distribuzione dei redditi nei confronti dei ceti popolari e medi  e l'incremento della spesa pubblica:precondizione necessaria per una ripresa sostanziale degli investimenti produttivi, della ricerca ed innovazione.

Abbiamo bisogno di nuovi traguardi mondiali da conseguire insieme sia in campo tecnologico ed energetico, sia  per migliorare complessivamente  le condizioni di vita nostre e di tante popolazioni che vivono al disotto dei livelli di povertà.

 Mi sembra probabile, inoltre, che senza  misure forti in tal senso  andremo incontro ad un acuirsi delle tensioni popolari interne ed internazionali, proprio a causa delle difficoltà connesse all'arrestarsi del processo di crescita. Lo scoppio di una nuova conflittualità e una ridefinizione degli equilibri e dei pesi specifici fra le nazioni.

Uno dei territori interessati è alle nostre porte ed è l'area del Medio Oriente e del Nord Africa. La mia preoccupazione è che non si tratti solo di un riassetto degli equilibri interni ma che chiami in causa anche una ridefinizione dello scambio e del potere economico nei confronti del mondo occidentale,  a partire dalla vicina Europa.

 In tutto questo, mentre vedo una visione moderna e costruttiva della nuova sinistra (come quella del nuovo gruppo dirigente  del PD) mi sembra che sia assente una proposta articolata da parte dell'area progressista  più legata alla tradizione del movimento operaio. Questo, alla fine, rappresenta un elemento di debolezza