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venerdì 10 febbraio 2012

Oltre la riforma elettorale:Lista Civica nazionale

Dopo il superamento della fase più urgente di risanamento finanziario operata con l'insediamento del Governo Monti, la prospettiva della fine della legislatura comincia ad essere presente nell'agenda politica italiana e con essa la necessità di procedere ad un'immediata riforma elettorale che riesca a trovare l'accordo delle principali forze politiche dell'attuale Parlamento e ridare credibilità ad una classe politica in evidente difficoltà.Questo processo è auspicabile ma probabilmente non risolutivo.Pur stabilita una nuova legge elettorale, che preveda il ripristino delle preferenze, è possibile che  l'attuale distanza fra il cittadino ed il sistema dei partiti possa costituire un ostacolo al ritorno della necessaria credibilità della politica e all'osmosi fra la stessa e la società civile.In questa situazione, potrebbe essere importante per il PD assumere il ruolo di  propulsore di un'ampia lista civica nazionale attorno a cui coagulare un pezzo di popolazione che può non riconoscersi strettamente nelle singole sigle politiche, ma risulti interessata al processo del cambiamento. Può essere giusto, infatti, dare alle personalità più importanti della società civile, in concorrenza con i nominativi indicati dai partiti,  la possibilità   di presentarsi a delle primarie aperte  per la scelta dei candidati.La diffidenza verso la cosiddetta "casta", ma anche la percezione che tutto quello che si muove all'interno del processo di cambiamento non stia solo all'interno della istituzione "partito" rende necessario ed opportuno che si offra al cittadino una possibilità di partecipazione democratica più ampia di quella rappresentata dalla semplice delega nei confronti dei singoli partiti politici. La burocratizzazione, la perdita dei valori ideali costitutivi, la corruzione sono spesso mali inevitabili delle istituzioni, ed i partiti non sfuggono a questa realtà.La questione si complica quando gli stessi partiti sono poi l'unico elemento di rappresentanza della popolazione nei confronti delle Istituzioni Statali.Il clima di disaffezione nei confronti della politica, i fenomeni di corruzione e scarsa trasparenza esistenti, l'arroccamento della "nomenclatura" nella difesa dei propri privilegi e la difficoltà nel ricambio della classe dirigente sono tutti indicatori del cattivo funzionamento  del sistema dei partiti, che si è incancrenito in una separazione dalla società civile.Ecco perché potrebbe essere utile il coinvolgimento dei partiti di riferimento della sinistra in un forte confronto con la base popolare che intendono rappresentare.Pensiamo ad un processo che veda il suo collante non nell'accordo dei vertici delle diverse sigle, ma nel confronto, all'interno delle possibili assemblee organizzate a livello territoriale, nei luoghi di lavoro, nella stampa, sulla Rete ecc.La scelta dei candidati dovrebbe pertanto avvenire attraverso il metodo delle primarie a cui tutti i vari candidati, espressi sia dai partiti sia dai gruppi e associazioni della società civile, avrebbero il diritto di partecipare. L'importante è che in Parlamento gli eletti s'impegnino a "organizzarsi in un unico gruppo parlamentare soggetto alla disciplina della maggioranza".Ciò potrebbe essere più agevolmente realizzato con la formazione di una grande lista civica nazionale che si ponga pochi ma importanti obiettivi in un'ottica esplicitamente riformista: la riforma delle istituzioni politiche, la riorganizzazione della pubblica amministrazione, un piano di lotta alla criminalità organizzata, un piano per la crescita e l'occupazione, il rilancio del processo di costruzione politica ed economica europea, la riforma della giustizia, un piano energetico nazionale, la riforma fiscale con l'obiettivo di operare nel senso della redistribuzione delle ricchezze. I temi non possono essere che generici e vanno riempiti nel dettaglio con le proposte già presenti all'interno del PD, che dovrebbe assumersi il compito di esporle al dibattito ed al possibile cambiamento e/o miglioramento.Bisogna riproporre, a livello nazionale, l'esperienza positiva del popolo "arancione" ed andare oltre la semplice sommatoria politica dei partiti per dare spazio, all'interno di una Lista Civica Nazionale, a personalità di valore della società civile che siano disponibili anche ad un impegno politico limitato ad una legislatura ma di rilevante significato. Candidati che non siano costretti a subire la disciplina di questo o quel partito, ma che rappresentino un'area più vasta e popolare.Solo un processo corale di questo tipo potrebbe ridare e rifondare il valore della politica ed avere l'autorità morale per attuare quelle grandi riforme necessarie a liberare le energie latenti in questo Paese.

 

 

 

 

venerdì 27 gennaio 2012

Ribellismo e modernizzazione

 

Accade spesso di vedere ceti e settori sociali, che per anni hanno sopportato un sistema corrotto ed ingiusto, rivoltarsi improvvisamente contro processi di modernizzazione che in qualche modo rompono gli equilibri preesistenti.

Spesso questi movimenti sono guidati da ceti politici legati proprio a quella struttura di potere messa in discussione dal processo di cambiamento.

Non è raro poi vedere questi fenomeni travalicare, con proposte radicali e ribelliste, i confini della convivenza civile, in nome di un malessere reale, profondamente avvertito, ma di cui non si intravede alcuna soluzione razionale.

Potrebbe essere la Vandea o la controrivoluzione tentata della " guardia bianca" contro la giovane Repubblica Socialista Sovietica o ancora i cortei delle donne del popolo cileno che sbattevano le pentole vuote contro la politica di Allende o Reggio Calabria in rivolta o ancora il malessere della Sicilia attuale e le proteste forti di alcune categorie professionali a testimoniare la sempre possibile terribile saldatura fra esponenti dei poteri messi in discussione dalle politiche di modernizzazione e le masse popolari che vivono impotenti il senso improvviso del loro disagio e della propria disperazione.

Il camionista che non riesce a sopravvivere, a causa dei costi esorbitanti e delle difficoltà finanziarie, non finge certo il suo disagio; così come non finge il contadino, i cui prodotti sono sbattuti fuori da un mercato pieno di merci d'importazione a più basso costo.

Tutto questo sconta la mancanza di processi di ristrutturazione e modernizzazione mai avvenuti grazie ad una politica arretrata di assistenza protezionistica basata spesso sulla rendita anziché sullo sviluppo della produttività.

Il privilegio e l'illegalità diffusa, governata da centri di potere fra i più conservatori possibili, tuttavia funzionavano e facevano dimenticare, nella comune sopravvivenza, il peso della miseria e dell'arretratezza.

Quando la pentola viene scoperchiata, tutto va per l'aria e non c'è più come sopravvivere.

E' in questo che si salda la ribellione delle Professioni, insieme a quella degli autotrasportatori, dei tassisti, dei contadini e pescatori siciliani ecc

La responsabilità politica di chi opera il cambiamento è la sostenibilità e la praticabilità dei processi di modernizzazione. Oggi, tuttavia, il cambiamento ci è imposto da una situazione internazionale pesante che ci trova impreparati. Nasce pertanto dall'emergenza ma non ha trovato, all'interno del nostro paese, la lenta maturazione socio/economica, culturale e politica necessarie a supportarlo; né, una classe dirigente estesa nella società capace di guidare la gente in questo processo.

E' facile pertanto che ogni singolo settore si senta minacciato della propria sopravvivenza senza individuare un'alternativa complessiva e credibile a cui riferirsi.

In queste situazioni, da non sottovalutare, i rischi per la convivenza civile sono altissimi.

Il ribellismo e la violenza sono spesso le soluzioni apparentemente più semplici per ripianare un torto reale o presunto subito e quasi tutti in Italia ritengono di essere vittime di un qualsiasi sopruso.

La vera partita politica può giocarsi, sul fronte interno e su quello europeo, nella capacità di portare avanti un progetto di modernizzazione basato sulla crescita delle opportunità e di una maggiore eguaglianza che riesca ad essere vincente rispetto all'ipotesi ribellista e reazionaria di cancellare tutto, combattendo l'un contro l'altro alla ricerca del privilegio perduto.

martedì 13 dicembre 2011

Verso la riforma del lavoro

In questi ultimi giorni, dopo la caduta del governo Berlusconi, sono state prese delle decisioni importanti che avranno un profondo impatto sia sulla crisi dell'Eurozona, sia sul nostro piano nazionale. Il nuovo Governo Monti ha prodotto una manovra economica, in corso d'approvazione dal Parlamento, del valore di ca. 30 miliardi di euro, che dovrebbe consentire al nostro Paese di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, nonostante la possibile contrazione del PIL, recuperando affidabilità sul piano internazionale. Si è raggiunto fra gli Stati europei un accordo per il controllo comunitario sulle politiche di bilancio e sul deficit di ogni singolo Stato membro. La BCE ha ridotto all'uno per cento il tasso di riferimento europeo e sta per dare vita ad una gigantesca erogazione di liquidità nel confronti delle banche europee con la concessione di prestiti illimitati con scadenza a trentasei mesi, ha ridotto i requisiti dei collaterali sui finanziamenti e dimezzato i requisiti sulle riserve per i depositi. Si sta approntando un finanziamento di 200 miliardi da parte di diversi Stati europei nei confronti del FMI, dandogli così la possibilità d'intervenire con almeno il doppio delle risorse con specifici interventi di salvataggio nei confronti delle situazioni più a rischio. Questo nuovo quadro d'insieme, pur con le problematicità esistenti in campo europeo, dovrebbe garantire al nostro Paese il tempo necessario per tamponare la difficile situazione finanziaria e procedere alla realizzazione di quelle riforme di carattere strutturale che ci possono consentire l'equilibrio dei conti e la ripresa di produttività e competitività. Tali misure sono poi necessarie per riprendere il cammino della crescita economica, condizione necessaria per la realizzazione del secondo grande obiettivo di risanamento: la riduzione della percentuale del debito sul PIL e la diminuzione dell'incidenza del costo del servizio del debito. Il governo Monti ha già portato avanti la riforma del sistema pensionistico ed ora bisognerà procedere con determinazione verso quella del lavoro.Tre obiettivi sono urgenti a questo proposito:

 a)L'attacco all'attuale dualismo del mercato del lavoro, riducendo la piaga del precariato con l'approvazione del disegno di legge 1873 presentato dal sen. Ichino ed altri;

 b) la riforma degli ammortizzatori sociali, con lo spostamento delle risorse dalla cassa integrazione verso forme di sostegno al ricollocamento del lavoratore e l'introduzione del reddito di solidarietà attiva per tutti gli esclusi dal lavoro;

c)La riduzione sostanziale del carico fiscale sul lavoro che porterebbe ad un immediato beneficio di reddito per i lavoratori dipendenti ed ad uno stimolo per la domanda aggregata.

Queste misure potrebbero ridare forza soprattutto alle giovani generazioni, che sono il motore della nostra società, e costituire la premessa per l'avvio di una ripresa economica.Il Governo Monti sta già operando per il rilancio della spesa per le infrastrutture, sollecitando il CIPE a dare il via libera alle prime spese per svariati miliardi. La sommatoria di questi investimenti pubblici ed un sostegno maggiore ai redditi più poveri può costituire un primo stimolo allo sviluppo della domanda aggregata e costituire una base di stimolo per gli ulteriori investimenti dei privati. La vera crescita tuttavia è legata a quella di tutta l'Eurozona e necessita dell'introduzione di politiche comunitarie di sviluppo, legate ad un progetto comune e finanziate da appositi strumenti comunitari come gli eurobonds. Per il momento, tuttavia, dovremo fare da soli! La questione lavoro sarà quella principale da affrontare da parte delle forze politiche e sociali con tutti i conflitti e diversità immaginabili. D'altra parte, bisognerà una volta per tutte confrontarsi su questi temi, soprattutto all'interno del mondo sindacale e della " sinistra". Il nostro continua ad essere un mercato del lavoro ingessato, con una rigidità tale per cui si può banalmente affermare che: " chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori". Gli ammortizzatori sociali sono tutti a sostegno dei lavoratori occupati e mancano del tutto nei confronti dei marginali e degli espulsi dal lavoro. In una società moderna, invece, nessuno deve essere escluso ed è necessario assicurare l'adeguata opportunità di mobilità e di formazione che permettano la migliore e piena allocazione delle risorse umane verso gli impieghi più produttivi. Se questo significa rompere il tabù del licenziamento economico: rompiamolo! Il discorso è aperto e da questo dipende molto del nostro futuro.

 

mercoledì 7 dicembre 2011

Ancora sulle prospettive europee

      

            

Mentre la nostra attenzione è concentrata sull'iter d'approvazione delle misure del nuovo Governo Monti.Sui pregi e difetti e sui sacrifici richiesti alle parti sociali, si stanno per decidere a livello Europeo delle questioni ancora più importanti per il nostro futuro. La Germania sta trascinando la Francia verso la richiesta di far partire un euro plus caratterizzato dall'adesione di un possibile ristretto gruppo di Stati disponibili ad accettare delle misure di controllo rigido sia sul deficit pubblico (da mantenere al di sotto del 3%) che del rapporto debito /PIL da riportare rapidamente al 60%. Il tutto con la previsione di sanzioni automatiche e dalla decisione di approvare a livello europeo misure eguali per il mercato del lavoro e il regime di tassazione delle imprese.Riporto il link della lettera spedita dal duo Merkel -Sarkozy Lettera  al Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy.

Risulta evidente come l'impegno alla difesa dei partecipanti al nuovo patto e l'impegno a rispettare i propri impegni di debito è legato alla possibilità d'imporre una politica basata su regole precise che per l'Italia comporterebbero una rinuncia alla sovranità nazionale ed una politica di risanamento che durerà anni per riportare il debito al 60% del PIL. Misure improntate anche ideologicamente al risparmio e sostanzialmente recessive. Non viene indicata la modalità per la crescita a livello europeo per i paesi in difficoltà e per tutta l'Unione. Viene richiesto da più parti una politica espansiva dei consumi da parte dei paesi forti che faccia da traino per tutti. Un sostegno alla domanda aggregata anche con il ricorso ad una dilatazione complessiva del debito europeo e non alla sua contrazione. Quando si stabilisce un piano di ristrutturazione del debito è necessario prevedere anche una " nuova finanza" per consentire ad un'azienda di sopravvivere produrre ed onorare i propri impegni. Questo andrebbe fatto anche a livello europeo. Molte sono le perplessità su questo progetto come quelle  espresse recentemente da Amato e Prodi in un articolo congiunto.

Draghi ha  da parte sua recentemente affermato davanti al Parlamento europeo la  volontà d'intervento a favore dei paesi che aderiranno al patto di controllo del proprio debito; ma, mi sembra che le condizioni siano molto pesanti e vessatorie per chi come noi parte da un rapporto debito /Pil del 120%

Di fronte al rischio di crisi del progetto europeo la strada prospettata richiede la rinuncia alla sovranità senza adeguate garanzie di crescita dell'integrazione politica e democratica dell'Unione e senza un progetto di crescita espansivo che possa contare con chiarezza sulla BCE come prestatore di ultima istanza. Viene detto che il MES sarà partecipato sino all'85% dalla BCE . Quindi solo per chi partecipa al patto? e come si pensa d'intervenire?Si profila un'Europa a due velocità?

Troppi dubbi e troppe ipoteche per risultare convincente ed ottenere la fiducia degli Stati sovrani e dei loro popoli. SE il risultato fosse un'Europa a due velocità quale sarebbe il destino del nostro Paese se non aderisse? Immagino uno spread impazzito ed il rischio di fallimento a meno di una risposta forte a carattere patrimoniale . E se aderisse? Immagino lunghi anni di ristrettezze per il risanamento del debito in tempi forse troppo brevi. Ho l'impressione che questi siano giorni importanti e decisivi

 

 

 

 

 

sabato 3 dicembre 2011

Europa:fra crisi di liquidità e prospettive

 

L'impressione che si ricava dai discorsi dei leaders europei e dalle dichiarazioni della BCE è che vi sia una viva preoccupazione per il grave problema di liquidità che può paralizzare le banche e l'intera Europa; ma, nello stesso tempo, non si voglia abbandonare il concetto di responsabilità nazionale nei confronti del debito. In sostanza, si chiede ad ogni Stato di attuare una politica in grado di sostenere il servizio del debito, di controllare il proprio deficit di bilancio e il rapporto Debito/PIL impegnandosi in una politica europea fiscale comune, con capacità di controllo nei confronti dei devianti.  Contemporaneamente sembra che la strada scelta per ridare liquidità sarà di consentire alla BCE di finanziare a medio termine (due /tre anni) in maniera illimitata le Banche Europee, a fronte di una garanzia prestata dagli Stati sovrani. Questa soluzione avrebbe il vantaggio di dare liquidità al sistema bancario che avrebbe poi il compito di sostenere il debito pubblico del proprio paese senza coinvolgere gli altri membri europei. L'altra possibilità d'azione della BCE sarà quella d'intervenire nel mercato secondario dei titoli di Stato per contenere l'aumento dello spread. Bisognerebbe inoltre che l'EBA modificasse le sue istruzioni circa i criteri per l'appostazione nel bilancio delle Banche dei titoli di Stato al valore di mercato. Questo criterio comporta la contabilizzazione immediata delle perdite connesse alla riduzione del corso del titolo che, invece, a scadenza recupererà per intero il suo valore nominale.Queste istruzioni, improntate ad un'eccessiva prudenza, riducono i mezzi a disposizione delle Banche e ne comportano una ricapitalizzazione che è di difficile realizzazione. Inducono inoltre le Banche a ridurre la quantità dei titoli di stato in portafoglio, che è l'esatto contrario di quello che sarebbe auspicabile. Bisogna che gli organismi politici europei affrontino questa questione. Mentre si sta intervenendo per evitare il default del sistema bancario, rimane presente, in tutta la sua gravità, il possibile default degli Stati sovrani per l'insostenibilità del servizio del debito. C'è da dire che la ritrovata liquidità dovrebbe consentire una riduzione dello spread dei tassi applicati e quindi un miglioramento dei conti pubblici alla voce interessi. Rimane tuttavia piena la responsabilità degli Stati di fronte alla propria situazione finanziaria e diventa essenziale la capacità dei Governi di attuare le politiche più valide per raggiungere le tre parole d'ordine: "Risanamento, crescita, equità.Per molti anni, a partire dall'introduzione della moneta unica, i paesi del Sud Europa hanno beneficiato di una riduzione sostanziosa del livello dei tassi d'interesse dell'euro, trascinati in giù dalla forza economica dei paesi del Nord Europa. L'Italia non ha tuttavia saputo approfittare degli anni di vacche grasse per ridurre significativamente il proprio volume del debito che è servito invece a mascherare i problemi di scarsa produttività e concorrenzialità della nostra struttura produttiva rispetto a quella dei partners europei.E' come se la finanziarizzazione del consumo, attuata nei paesi anglosassoni per sostenere attraverso il credito la domanda interna, fosse avvenuta in Italia ricorrendo al debito pubblico. Questo ha permesso il mantenimento di un sostanziale equilibrio dell'indice d'indebitamento delle famiglie italiane ed il loro relativo benessere, supportato da un crescente indebitamento della finanza pubblica.La forte evasione fiscale, la corruzione e le politiche liberiste applicate anche nel nostro paese hanno poi consentito che la ricchezza complessiva si spostasse in un numero ristretto di persone facendo sì che il 10% delle famiglie possedesse più del 45% della ricchezza netta nazionale. Anche la distribuzione dei redditi e la remunerazione professionale hanno raggiunto livelli abnormi di disuguaglianza se è possibile che alcuni grandi managers possano guadagnare più di 300/400 volte del salario operaio. In un momento in cui la grande crisi finanziaria mondiale ha spostato le proprie insolvenze sul debito degli stati sovrani, che si trovano in obiettiva concorrenza sul mercato dei capitali, è logica conseguenza l'estrema attenzione e selezione degli investitori nel valutare il rischio insito in ogni debito pubblico pretendendo un'adeguata remunerazione. Non dobbiamo pertanto stupirci se il nostro debito subisce l'innalzamento dello spread rispetto al Bund tedesco quanto meravigliarci che non sia accaduto prima. E' probabile che questa differenza sia eccessiva e si possa ridimensionare a patto che il nostro Paese dia forti segnali verso la stabilità del volume del debito, il suo progressivo risanamento e la ripresa di produttività del sistema. Recentemente P. Krugman, nel commentare le problematiche dell'euro, rilevava come fosse quasi scontato che sarebbe arrivato un momento in cui si sarebbe dovuto necessariamente riequilibrare il divario fra i paesi meridionali dell'area europea con quelli del nord. La soluzione ideale secondo Krugman è che mentre si ridimensiona il livello di salari e dei prezzi delle aree del Sud avvenga l'esatto contrario in quelli del Nord dando una spinta espansiva all'intera economia europea. Sembra invece che il richiamo al rigore generale non sia accompagnato da politiche espansive e pertanto l'Europa rischi un lungo processo di stagnazione. La richiesta del pareggio di bilancio da parte dei singoli Stati membri, oggi tanto criticata dai commentatori più a sinistra, sembra invece condizione essenziale perché, in assenza di un bilancio unitario, gli stati più virtuosi possano accettare di mettere in atto politiche monetarie a sostegno della liquidità del sistema. Dovrebbe poi essere l'Europa nel suo complesso ad attuare una politica keynesiana d'espansione della domanda trainata da investimenti di grande impatto finanziati dall'allargamento del debito europeo (con emissione di eurobonds allo scopo da parte di un organismo comunitario e con il ruolo della BCE come prestatore d'ultima istanza) senza che tutto questo possa definirsi come un azzardo morale.In assenza di un piano europeo articolato per la crescita, il risanamento e l'equità, l'Italia dovrà fare da sola. Il destino di cadere e restare in una lunga recessione non è inevitabile, come non è un dogma che sia necessario inevitabilmente ricorrere al deficit di bilancio per finanziare la crescita, perché il costo sarebbe probabilmente insostenibile. Nella nostra situazione dovrà essere invece, come auspica il Presidente Napolitano, la forza morale della collaborazione, la condivisione delle ricchezze presenti, del sacrificio e del lavoro ad operare un nuovo miracolo italiano.Quando potremo guardare ai mercati ed ai nostri partners europei in condizioni di parità, solo allora potremo porci il problema di valutare se il progetto europeo abbia ancora un senso ed a quali condizioni.

http://maredelsud.ilcannocchiale.it

 

 

mercoledì 23 novembre 2011

Il PD e la questione lavoro


I 'Liberal' del PD guidati da Enzo Bianco, hanno chiesto le dimissioni di Stefano Fassina da responsabile Economia del partito. La questione mi sembra della massima delicatezza ed importanza in vista anche delle possibile  favore accordato dal governo Monti nei confronti del disegno di legge 1873 sul contratto unico d'ingresso.
La preoccupazione è che Fassina possa essere contrario a questo provvedimento.
La questione a mio avviso non è puntare sul maggior costo dell'ora di lavoro precario rispetto a quella di lavoro a tempo indeterminato ma puntare su di una normativa che a partire dai nuovi assunti unifichi le varie forme giuridiche in un contratto unico d'ingresso che preveda anche la possibilità di licenziamento economico ma dia a tutti i nostri giovani le stesse garanzie del contratto a tempo indeterminato. Il problema è quindi quello di modificare gli ammortizzatori sociali coinvolgendo le aziende sul sostegno da prestare al licenziato economico .Attualmente l'azienda preferisce il precario perché può licenziarlo in qualsiasi momento senza intervenire nel costo di ammortizzatori sociali inesistenti per questa categoria.
È questo , oltre al minor costo, la vera motivazione della diffusione del precariato. Con l'approvazione del disegno di legge in questione, la situazione cambierebbe radicalmente ed i nostri giovani avrebbero diverse opportunità di stabilità e di protezione in caso di licenziamento. Bisogna poi chiedere l'introduzione in Italia del reddito di solidarietà attiva a sostegno della nuova povertà , della marginalità e della disoccupazione.
La lettera dei Liberal :«Le posizioni che Stefano Fassina ha assunto prima, durante e dopo la crisi del governo Berlusconi - si legge nella lettera dell'ufficio di presidenza dei Liberal - sono pienamente legittime in un partito in cui convivono sensibilità e storie diverse. Quello che non è comprensibile è che esse siano espresse dal Responsabile Economico del Pd, ed appaiano in netta dissonanza rispetto alle linee di responsabilità e di rigore assunte giustamente dal Segretario Bersani».
«Criticare aspramente la linea di rigore e sviluppo assunta prima dalla Banca d'Italia e poi dalla Bce - insiste la lettera - bollare come liberiste posizioni 'liberal' come quella del senatore Ichino, prospettare soluzioni ispirate alle vecchie culture politiche del secolo passato, non è compatibile con il dovere di rappresentare il complesso delle posizioni assunte dal Pd». «I Liberal Pd - conclude la lettera - chiedono a Stefano Fassina di fare un passo indietro, e di sostenere le sue idee liberamente, senza il vincolo della responsabilità politica che gli è stata affidata». Il testo è firmato da Enzo Bianco, Ludina Barzini, Andrea Marcucci, e Luigi De Sena.
Questa presa di posizione segue l'articolo pubblicato sull'Unità dal Sen Ichino dal titolo "Sul Lavoro il PD non stia fermo" .
Nello stesso il Sen Ichino lamenta la mancata presa d'atto e sostegno di Fassina nei confronti  dei due disegni di legge presentati nel 2009 da 55 senatori ( la maggioranza del gruppo PD al Senato) , rispettivamente il n. 1872 ed il 1873 . "Il primo dedicato alla riforma del sistema delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva, con la previsione della derogabilità del contratto nazionale da parte di quello aziendale, nell'ambito di regole precise di democrazia sindacale. Il secondo dedicato al disegno di un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi in modo universale, ricomprendendo davvero tutti i nuovi rapporti di lavoro dipendente destinati a costituirsi da qui in avanti, voltando pagina rispetto al dualismo attuale."
Questa mancata sensibilità verso il progetto flexsecurity da parte di Stefano Fassina  vine eritenuta particolarmente controproducente in un momento in cui  scrive Ichino "ha raccolto in questi ultimi mesi il consenso della quasi totalità degli altri gruppi parlamentari; e giovedì scorso è stato inequivocabilmente indicato come base per la riforma da Mario Monti nel primo atto del suo nuovo governo, cui il Pd ha promesso pieno sostegno. "La questione non è quindi costringere Fassina alle dimissioni, anche perché le sue posizioni ad esempio per l'avvio dell'emissione di Eurobonds europei  e la richiesta dell'introduzione di una importante imposta patrimoniale sugli immobili  sono senz'altro condivisibili.
Rimane la necessità invece di chiarire le posizioni del PD sul lavoro ed evitare che la paura  del nuovo possa condizionare un'occasione unica di cambiamento. Bisogna imoltre  rassicurare il mondo  sindacale che fa riferimento alla CGIL ed i lavoratori  che le norme previste dal disegno di legge 1873 sono rivolte unicamente ai nuovi assunti e nulla tolgono ai diritti acquisiti di chi ha un contratto di lavoro in essere a tempo indeterminato.

venerdì 18 novembre 2011

La prima tappa del Governo Monti

La prima tappa del Governo Monti si è conclusa oggi con la presentazione delle linee programmatiche e la relativa fiducia votata dal Senato. Con uno stile sobrio e lineare il Prof. Monti ha sottolineato le tappe che l'impegno comune potrà realizzare rilevando come non sia l'Europa a stabilire le regole cui attenersi ma siano proprio le necessità del Paese a dettare il calendario dei lavori. Un Paese che, già prima della crisi che ci occupa, cresceva ad una velocità di gran lunga inferiore rispetto a quella, non dei paesi emergenti o del Bric, ma degli altri componenti dell'area europea. Un paese che non riesce ad utilizzare a pieno la risorsa dei propri giovani e della componente femminile e che vede ancora vaste aree del meridione incapaci di procedere verso lo sviluppo. Tutto questo ci rende complessivamente deboli ed incapaci di ottenere credito.Un investitore internazionale non valuta semplicemente il nostro Paese allo stato odierno ma anche per le sue prospettive future di crescita e stabilità e si chiede se al momento della scadenza dei titoli che ha sottoscritto l'Italia avrà una piena capacità di rimborso.Si pone pertanto l'obiettivo del risanamento ma soprattutto la necessità di creare le condizioni e di adottare le misure perché il nostro Paese riprenda a crescere nell'equità.. Se da un lato saranno prese delle iniziative che spostino il carico fiscale, cosi come accade nel resto dell'Europa, maggiormente sui patrimoni, in specie immobiliare, sgravando, se possibile, i redditi d'impresa e da lavoro, dall'altro si è fatto riferimento alla necessità di una maggiore possibile flessibilità del lavoro purché il singolo lavoratore trovi poi, a seguito di una modifica degli ammortizzatori sociali, degli strumenti di tutela che lo accompagnino durante il periodo di ricerca dl nuovo lavoro. Sulle pensioni invece è probabile che la misura principale sarà costituita dal passaggio per tutti al sistema contributivo. Una delle priorità del nuovo esecutivo sarà poi la lotta all'evasione fiscale e all'illegalità: non servirà solo «per aumentare il gettito ma anche per abbattere le aliquote. La lotta all'evasione dovrà potersi giovare inoltre del maggiore utilizzo delle transazioni elettroniche che dovranno sempre più sostituire gli altri mezzi di pagamento, riducendo l'utilizzo del contante.Molta attenzione il Prof. Monti ha poi rivolto verso le realtà locali, decidendo di seguire personalmente i rapporti con le stesse e parlando apertamente di una revisione dell'organizzazione delle province con legge ordinaria.Le premesse sembrano quelle di cercare la realizzazione delle riforme attraverso il maggiore possibile consenso delle forze politiche e sociali, evitando strappi e forzature.In questo, la capacità di soluzioni tecniche ed il possibile ruolo delle misure per la ripresa potranno essere decisive. Si può aprire, forse a partire da oggi, una fase iniziale di collaborazione e di dialogo costruttivo fra le forze sociali, senza pretendere d'altra parte di rinunciare alle proprie convinzioni, Che questo passo sia stato quasi imposto dagli avvenimenti alle forze politiche è indubbio. E' anche vero che questo inizio di collaborazione costruttiva, stimolata dal governo Monti, sia un percorso in salita che dovrà essere giudicato per i suoi risultati effettivi.Non mi sentirei tuttavia di avere un atteggiamento già punitivo nei confronti di quest'esperienza,  liquidandola  come un'emanazione dei " poteri forti" con l'inevitabile giudizio negativo sulle forze politiche che stanno dando il loro appoggio (ca. 80% del Senato ?!) Né si comprende  a partire da quali punti si possa trarre la conclusione  di essere in presenza  di un governo del grande capitale finanziario mondiale che sia riuscito nell'obiettivo di esautorare la politica nazionale.Questa teoria del governo del complotto internazionale agitata da alcune testate giornalistiche vicine all'ex Presidente del Consiglio, ma presente anche all'interno della sinistra alternativa, sembra totalmente infondata. C'è in questa visione un'accettazione delle teorie generali del " complotto"di cui in passato abbiamo avuto tristi esperienze. Basta ricordare la condanna del mondo occulto massonico, la congiura ebraica ecc.Come se i vari poteri esistenti (economico finanziari) siano organizzati rigidamente al loro interno e capaci di esprimersi secondo un piano preordinato. Ritorna in auge il concetto di "sistema" e dei suoi servitori corrotti che fu alla base delle peggiori espressioni terroristiche- La realtà è molto più complessa e contraddittoria, con una molteplicità di centri di potere spesso antagonisti fra di loro, e comunque pretende per realizzarsi la complicità finale del semplice cittadino che ne stabilisce il successo o l'insuccesso.Il problema è che ci sono parti politiche che preferiscono scatenare nel cittadino l'atteggiamento persecutorio consolatorio che trasferisce le responsabilità e giustifica il ricorso a misure straordinarie di potere.In questo caso la supposizione è totalmente infondata.ed improbabile.  Nello stesso governo troviamo esponenti del mondo cattolico come Riccardi (fondatore della comunità di S.Egidio), della finanza come Passera, della cultura accademica come Monti, Profumo ecc o esponenti dello Stato come il responsabile dell'antitrust.E' possibile che siano tutti esponenti dell'intrigo mondiale della banca privata Goldman? Mi sembra oggettivamente non sostenibile. Perché si fa questo gioco? a cosa serve? probabilmente su questa base il PDL vuole trovare una sua nuova verginità e sull'onda del possibile scontento rispetto a misure dolorose spera di cavalcare, con una propaganda persecutoria e populista, il ritorno al potere.In una situazione così delicata, la riforma della legge elettorale può diventare una priorità necessaria per consentire che i nostri parlamentari pensino ed agiscano più liberamente e senza sottostare al ricatto di sapere che la prossima candidatura e rielezione saranno gestite in ogni caso dai capi partito.Questa situazione rischia di falsare il dibattito politico ed i rapporti di democrazia all'interno dei partiti e di conseguenza la loro azione politica nei confronti del governo e delle esigenze attuali del Paese perso nel vortice di una crisi di credibilità che può rivelarsi disastrosa. D'altra parte, anche l'atteggiamento di sfiducia "a priori" di larga parte delle forze alternative della sinistra e di vari settori della protesta giovanile e sindacale, trova probabilmente la sua giustificazione nella situazione oggettivamente difficile che vivono. La domanda sociale d'attenzione e d'equità di questi settori della popolazione è forte. Non dimenticano inoltre che molte delle cause della crisi sono state determinate dal forte processo di finanziarizzazione dell'economia  che ha gravato enormemente sull'economia reale paralizzandola. Non bisogna tuttavia dimenticare che vi sono state altre cause a determinare la difficoltà del nostro Paese già preesistenti alla crisi e a cui bisognerà dare una risposta. Non per peggiorare le condizioni di vita della popolazione o per privarla del Welfare, come si favoleggia, ma per consentire invece il suo mantenimento su basi più sostenibili,  rimuovendo rendite di posizione e agevolando  le possibilità di lavoro e di vita.Le parole d'ordine di crescita, risanamento ed equità con cui inizia la vita di questo governo mi sembra gli diano almeno il diritto di essere sottoposto a verifica.