Vi è una capacità organizzativa mondiale del fattore produttivo "capitale", di fronte a cui appare evidente la difficoltà organizzativa e la frammentazione del mondo del lavoro. La gestione dei capitali può contare su di un sistema finanziario mondiale, che supera la dimensione nazionale, l'influenza ed il peso degli stessi Stati. Esistono poi, accanto alle situazioni ufficiali, tutta una serie di paradisi fiscali e zone franche dove si sviluppano e crescono i rapporti fra capitali rivenienti da attività illegali e legali. La maggiore capacità di guadagno, ottenuta dai capitali produttivi, grazie alla disorganizzazione, frammentazione e sfruttamento mondiale del lavoro, consente poi alla finanza ed alla rendita di chiedere una fetta sempre più grossa della ricchezza prodotta.venerdì 14 giugno 2013
L'organizzazione del fattore lavoro
Vi è una capacità organizzativa mondiale del fattore produttivo "capitale", di fronte a cui appare evidente la difficoltà organizzativa e la frammentazione del mondo del lavoro. La gestione dei capitali può contare su di un sistema finanziario mondiale, che supera la dimensione nazionale, l'influenza ed il peso degli stessi Stati. Esistono poi, accanto alle situazioni ufficiali, tutta una serie di paradisi fiscali e zone franche dove si sviluppano e crescono i rapporti fra capitali rivenienti da attività illegali e legali. La maggiore capacità di guadagno, ottenuta dai capitali produttivi, grazie alla disorganizzazione, frammentazione e sfruttamento mondiale del lavoro, consente poi alla finanza ed alla rendita di chiedere una fetta sempre più grossa della ricchezza prodotta.sabato 1 giugno 2013
Il partito delle riforme
Gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile che ha superato il 40%, le preoccupate dichiarazioni prima del Presidente di Confindustria Squinzi e dopo del Governatore della Banca d'Italia Visco impongono a tutti un momento di riflessione e la disponibilità a mettere da parte ogni eventuale pregiudizio ed ogni difesa dei propri privilegi per renderci tutti disponibili e compartecipi del cambiamento del nostro Paese.
Senza di questo, rischiamo tutti di perdere il contatto con i paesi più sviluppati e con la stessa Europa.
La conseguenza è sotto i nostri occhi: un bilancio dello Stato pericolante, una disoccupazione a livelli insopportabili un livello inaudito di corruzione, di delinquenza organizzata e di rendita che pesano come macigni sul mondo produttivo, un progressivo impoverimento delle famiglie, la perdita di competitività delle nostre imprese, un rischio di vera e propria deindustrializzazione del nostro sistema economico con modeste prospettive di crescita.
E' nostro dovere reagire operando su due livelli, quello interno e quello europeo.
Sul piano interno è necessario recuperare il divario di competitività crescente con i paesi europei più avanzati agendo sia sulla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro sia dando un serio impulso ai progetti di ricerca e sviluppo. La limitata innovazione delle imprese italiane negli ultimi anni ha determinato, infatti, una progressiva perdita di produttività orientando la specializzazione del nostro settore manifatturiero (che copre ca. il 16,7% del valore aggiunto lordo dell'Italia, dati 2011) verso prodotti a bassa intensità tecnologica.
Secondo quanto riportato nel recente Documento di lavoro dei servizi della Commissione Europea-Esame approfondito per l'Italia-a norma dell'articolo 5 del regolamento (UE) n. 1176/2011 sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici, del 10/4/2013
" La quota del valore aggiunto manifatturiero nei settori a basso o medio-basso contenuto tecnologico ammontava al 62% nel 2009, rispetto al 44% della Germania, il 59% della Francia e il 64% della Spagna Negli ultimi vent'anni inoltre la specializzazione settoriale dell'Italia è rimasta sostanzialmente stabile (il settore ad alta tecnologia rappresentava il 6,7% del valore aggiunto lordo totale del settore manifatturiero nel 2011, rispetto al 6,5% nel 1992)" si conclude quindi che "Il modello di specializzazione dell'Italia ha esposto l'economia all'accesa concorrenza delle economie emergenti. La specializzazione dell'Italia nei prodotti a basso e medio-basso contenuto tecnologico implica un mix di prodotti per l'esportazione molto simile a quello della Cina e di altri mercati emergenti che possono beneficiare di manodopera a basso costo".
Se a tutto questo aggiungiamo un costo dell'energia mediamente superiore del 30% a quello sostenuto dai nostri competitors europei, la difficoltà del credito ed il suo costo elevato, le eccessive incombenze burocratiche, l'insufficienza delle infrastrutture, l'inefficienza dell'amministrazione pubblica, l'incompleta liberalizzazione del mercato ed una lentezza della giustizia che rende difficile la certezza del credito possiamo renderci conto delle ulteriori difficoltà che gravano in Italia sul " fare impresa".
L'elevato costo e le difficoltà di accesso al credito sono poi uno dei problemi più importanti che occupano la vita delle aziende italiane. Il costo del denaro è inevitabilmente influenzato sia dall'aumento delle sofferenze sia dal rendimento dei titoli del debito pubblico.
Secondo quanto espresso dal Governatore Visco nella sua recente relazione annuale "Alla fine del 2012 la consistenza dei prestiti in sofferenza è salita al 7,2 per cento degli impieghi complessivi, dal 3,4 del 2007; quella degli altri crediti deteriorati al 6,3 per cento, dall'1,9. Per le imprese, il flusso delle nuove sofferenze in rapporto agli impieghi ha recentemente superato, su base annua e al netto di fattori stagionali, il 4 per cento, un livello non toccato da venti anni. "
L'aumentato livello delle sofferenze, le perdite realizzate sul valore dei titoli in portafoglio ed i nuovi criteri di Basilea tre comportano per il sistema bancario italiano la necessità di una maggiore patrimonializzazione per riprendere con la dovuta efficacia il ruolo di finanziamento del sistema delle imprese che oggi non è soddisfacente.
D'altra parte, la maggior parte delle imprese italiane, anche a causa della piccola dimensione, attinge con difficoltà ad altre forme di finanziamento della propria attività che non siano quelle bancarie.
E' stata utile a questo scopo l'azione del Fondo Centrale di garanzia e della Cassa Depositi e Prestiti che fra il 2009 e il 2012 hanno permesso quasi 60 miliardi d'intervento a favore delle piccole e medie imprese fra nuovi finanziamenti e moratorie.
Il sistema bancario italiano ha superato bene l'esame della crisi finanziaria del 2008 e gli interventi dello Stato a suo favore sono stati ben inferiori da quelli sostenuti dagli altri paesi europei. Basti pensare che, come ci spiega il Governatore Vinco nella sua relazione: "Lo scorso dicembre il sostegno dello Stato alle banche ammontava all'1,8 per cento del PIL in Germania, al 4,3 in Belgio, al 5,1 nei Paesi Bassi, al 5,5 in Spagna, al 40 in Irlanda. In Italia l'analoga quota è pari allo 0,3 per cento includendo gli interventi per il Monte dei Paschi di Siena."
Bisogna tuttavia fare di più perseguendo due obiettivi:
a) separare il legame esistente oggi fra l'andamento del settore bancario e quello del debito pubblico
b) Ripristinare il ruolo di finanziatore del sistema delle imprese.
Sul secondo punto bisogna che sia rafforzata la patrimonializzazione delle aziende bancarie sia capitalizzando gli utili prodotti sia aprendo la loro composizione sociale a nuovi investitori italiani ed esteri e riducendo il ruolo delle fondazioni. Un'altra strada da percorrere è rappresentata dal potenziamento del ruolo del Fondo Centrale di Garanzia e della cassa depositi e Prestiti che con il loro credito di firma possono decisamente sbloccare l'attuale pericolosa situazione di stretta creditizia impegnando in misura limitata le finanze dello Stato e consentendo un effetto moltiplicativo dei fondi stanziati. Per quanto riguarda invece il primo punto il risultato è conseguibile solo grazie ad un'azione concertata a livello europeo. Si ritiene utile a questo fine riportare ancora dei brani del testo della recente relazione del Governatore Visco: " Il progetto di unione bancaria mira a spezzare la spirale tra debito sovrano e condizioni delle banche e del credito
.La creazione di un supervisore unico, imperniato nella BCE e nelle autorità nazionali, è il primo passo; va rapidamente completato da uno schema comune di risoluzione delle crisi bancarie e da un'assicurazione comune dei depositi.Vanno precisati i contorni, definiti i tempi di attuazione, del progetto di un bilancio pubblico comune dell'area dell'euro.
..L'istituzione di meccanismi di sostegno finanziario comuni per le riforme strutturali nei singoli paesi può fornire l'occasione per avviare il progetto ed intraprendere, in via sperimentale, l'emissione di titoli di debito congiunti."
Queste ultime considerazioni del Governatore Visco, unite ai suoi richiami indirizzati alle forze politiche italiane perché non pensino di poter ottenere in sede europea una deroga al tetto del deficit del 3% (, dato il continuo e previsto incremento del rapporto debito /PIL al di fuori delle condizioni del "Fiscal Compact"), pongono alla nostra attenzione il ruolo delle istituzioni europee nei confronti del processo di crescita economica del continente. Timidamente Visco parla di " emissione, in via sperimentale, di titoli di debito congiunti" per finanziare le riforme strutturali dei singoli paesi.In realtà l'unico modo di affrontare definitivamente la questione sarebbe quello di fotografare l'attuale situazione del debito dei singoli paesi europei, la cui possibile evoluzione è già definita dalle regole del fiscal compact; e presentarsi come unica entità di fronte ai mercati con la garanzia della BCE e di tutti i governi europei : Successivamente, la BCE dovrebbe a sua volta finanziare il debito dei singoli stati membri, internamente a tassi differenti ( spread all'interno di un ventaglio di oscillazione prestabilito) in base a criteri di valutazione ( rating) comunemente accettati e condivisi.
Questa misura permetterebbe di separare definitivamente il destino delle singole banche di un paese da quello delle finanze pubbliche dello stesso.Permetterebbe inoltre di rendere efficace la politica monetaria europea e di muoversi verso una parità di condizioni del credito nei confronti delle imprese di tutti i paesi membri.
Il cammino verso una maggiore integrazione europea di tipo federale non può che realizzarsi a patto di ridurre le differenze ed i vincoli rispetto all'utilizzo dei principali fattori di produzione: capitale, lavoro e tecnologia. Muoversi verso una riduzione delle differenze sul costo del denaro, sulla facilità di credito e sulla garanzia universale dei depositanti costituirebbe un passo avanti nel senso dell'integrazione. Avere la capacità di porre un limite minimo europeo ai salari ed ai diritti dei lavoratori sarebbe un altro punto importante. Incrementare il bilancio europeo, anche con il ricorso all'emissione di titoli di debito, per finanziare centri di ricerca comuni di eccellenza, per delineare un programma di approvvigionamento comune delle fonti energetiche al fine di equipararne i costi, per realizzare una politica militare ed internazionale comune, per realizzare le più importanti infrastrutture comuni, porrebbe le basi per un governo politico federale.
Se non si faranno passi in questo senso. su quali altre basi si potrà procedere?
Le forze politiche del nostro paese si trovano impegnate su due fronti quello nazionale e quello europeo. Entrambi sono essenziali per il futuro del paese e richiedono un progetto di riforme difficili e radicali. Avremmo bisogno di un grande partito delle riforme più che di tanti movimenti di protesta e/o di protezione dei privilegi acquisiti.
venerdì 10 maggio 2013
Il governo Letta ed il progetto Paese
Dopo mesi di travaglio politico abbiamo finalmente un governo che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato prima delle elezioni, vede le forze politiche, che avevano dato il sostegno al Governo Monti per poi metterlo in crisi su iniziativa del PDL, ritrovarsi di nuovo insieme per gestire i problemi del Paese.Questa volta, non ci si nasconde più dietro uno staff di tecnici; ma, viene rivendicato il carattere politico della gestione, con un governo di " larghe intese" incoraggiato e fortemente voluto dal rieletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.Speriamo tutti nel miracolo, vale a dire, che questo governo trovi, in un'inaspettata unità d'azione delle sue componenti, la capacità e la forza di porre le basi per la "crescita" della nostra economia ed il superamento della piaga della disoccupazione, che affligge le famiglie.
Per riuscire in questo scopo, il governo Letta dovrebbe realizzare tre obiettivi:
a) Predisporre un progetto Paese in grado di delineare le prospettive di crescita e di sviluppo per i prossimi anni, con l'indicazione dei principali interventi e dei settori in cui operare
b) Avere il sostegno forte dai partiti politici che gli hanno dato la fiducia
c) Trovare le risorse necessarie per realizzare il piano d'interventi prefigurato.
Tutte e tre le questioni prevedono un impianto strategico d'ampio respiro, che, inevitabilmente, vede in contraddizione i principali partiti della coalizione di governo ed, in particolare, il Partito Democratico, dilaniato al suo interno da un profondo malessere. E' difficile affrontare problemi di tale livello, che dovranno necessariamente superare forti resistenze da parte d'interessi precostituiti, senza avere un'ampia coesione politica. Questa al momento non esiste. Bisognerà prenderne atto, chiedere a questo governo di realizzare alcune, poche cose possibili e già condivise, per poi tornare al voto, dando la fiducia ad un progetto Paese coerente e di lunga durata, portato avanti da una coalizione politica coesa e determinata.
I problemi che abbiamo davanti sono di tale entità da richiedere una visione fortemente caratterizzata politicamente. Abbiamo bisogno di porre fine ad una presenza massiccia e intrusiva della delinquenza organizzata e della corruzione. Abbiamo bisogno di sviluppare, a tutti i livelli, la meritocrazia contro la rendita di posizione ed il corporativismo. Abbiamo bisogno di mettere al primo posto il lavoro e dare una dignità al lavoratore abbattendo la piaga del precariato e della disoccupazione. Abbiamo bisogno di una redistribuzione delle ricchezze, di una ripresa della competitività e della produttività delle nostre imprese. Abbiamo bisogno di un piano energetico nazionale che riduca in tempi rapidi il deficit della bilancia energetica ed il differenziale del costo rispetto agli altri paesi. Abbiamo bisogno di tutte quelle riforme strutturali (dalla semplificazione burocratica, ai tempi della giustizia, alle liberalizzazioni, allo sviluppo d'adeguate infrastrutture ecc.) che consentano un risparmio aggiuntivo di costi generali per il sistema produttivo. Abbiamo bisogno di un forte impulso della conoscenza, della formazione, della ricerca e sviluppo.
Tutte questioni che richiedono un progetto Paese, una visione del futuro, la capacità di assumere un ruolo definito e forte sul piano internazionale.
Con quali risorse potremo realizzare questi obiettivi? Come potrà intervenire e con quali limiti la spesa pubblica a sostegno delle decisioni governative?
Oggi, parlare dell'utilizzo della spesa pubblica come motore della crescita ci pone immediatamente il problema dello stato della finanza. In linea di principio, quando per diversi motivi la struttura economica di un paese è ferma o in declino, l'intervento pubblico può costituire un volano necessario e importante. Può costituire quel finanziamento suppletivo del piano d'investimenti del paese che stimoli a sua volta l'investimento privato. Anche sul piano del sostegno della domanda interna, il ruolo dello Stato e della spesa pubblica possono essere decisivi, come ad esempio lo è la decisione del pagamento degli arretrati dovuti alle imprese.
Il problema è la compatibilità di tutto questo con la situazione finanziaria dello Stato italiano. Considerata la condivisa impossibilità di ricorrere ad un ulteriore ampliamento del peso fiscale sul PIL, quali altre strade ci rimangono?
La principale è quella di operare attraverso una riqualificazione della spesa, orientandola verso gli impieghi più produttivi. Altre possibilità possono venire dalla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, dal possibile ricorso al finanziamento in deficit e da una rimodulazione della fiscalità che allevii il carico presente sul lavoro e sulle imprese.
Partendo da quest'ultima questione si possono sottolineare alcuni problemi:
- E' osservabile come i dati relativi alla tassazione sui consumi sia inferiore rispetto a quella applicata in diversi paesi europei. Il Governo Monti aveva preso l'impegno di evitare l'aumento di un punto dell'IVA (al 22%) previsto quest'anno. Siamo certi che questa misura in questo momento sia corretta? Non sarebbe forse preferibile operare un aumento diversificato a seconda della tipologia (penalizzando ad esempio quelli di lusso, quelli a maggior impatto ambientale ecc.);
- Non è forse necessario aumentare la progressività del carico fiscale sui redditi più elevati allentando il gravame su quelli più bassi e consentendo un incremento del loro potere d'acquisto? Ipotizzare una forte progressività oltre i 100.000 euro di reddito annui potrebbe da un lato scoraggiare livelli di retribuzione elevati (specialmente per il lavoro dipendente o manageriale) e dall'altro operare una più equa imposizione nei confronti dei redditi più bassi;
- Non sembra corretto che la tassazione sui dividendi azionari (20%) sia eguale o superiore alla tassazione sui redditi da investimento finanziario, siano essi interessi su depositi bancari o su obbligazioni o plusvalenze. Siamo comunque in presenza di capitali investiti direttamente nelle imprese. Penso che per le altre forme d'investimento si possa proporre un aumento al 30%.
- Sul tema IMU, va rilevato che forme d'imposizione sul patrimonio immobiliare sono presenti in tutti i paesi europei e siano pertanto da mantenere. E' possibile semmai prevedere una rimodulazione, aumentando la possibilità di detrazione sulla prima casa in base anche al reddito IRPEF.
Se non si può pensare ad un incremento della tassazione per il recupero d'ulteriori risorse, ma semmai prevedere una diversa distribuzione del peso fiscale con un minor carico sul lavoro e sui redditi più bassi, bisognerebbe ragionare almeno sulla possibilità di procedere su altri punti:
- dismissione del patrimonio immobiliare pubblico;
- riduzione di tutti gli stipendi pubblici superiori ad un determinato importo da stabilire con procedure che congelino i trattamenti esistenti superiori e riducano l'importo delle nuove retribuzioni; - Ripresa della spending review utilizzando l'applicazione del costo standard e rimuovendo tutti quegli ostacoli provenienti dai più alti livelli della burocrazia dello Stato;
- riduzione dei costi della politica;
- ruolo di prestatore di garanzia e di motore della finanza da parte della Cassa Depositi e Prestiti;
- riforme strutturali a cominciare dalla semplificazione burocratica ai tempi della giustizia ecc. che, a costo zero, rappresenterebbero un risparmio di spesa notevole per tutte le imprese;
- utilizzo della possibilità che i cofinanziamenti previsti nell'utilizzo dei fondi strutturali europei possano non essere più conteggiati nel deficit pubblico in seguito alla chiusura del processo d'infrazione nei nostri confronti in sede europea;
- riordino del mondo delle agevolazioni fiscali riducendone l'entità complessiva.
In mancanza di tutto questo, l'impressione generale è che le forze politiche stiano pensando di poter realizzare tutte le loro proposte attraverso l'aumento del deficit per almeno due -tre anni.E' possibile che almeno per il primo anno questa ipotesi possa avere successo, stante l'abbondanza di capitali presenti sul mercato grazie alle politiche monetarie espansive della Federal Reserve, del Giappone, della Gran Bretagna e in parte della stessa BCE. E' probabilmente a questo che dobbiamo l'attuale riduzione del nostro spread sui titoli pubblici; tuttavia, non è l'Europa il vero ostacolo ad una scelta di questo tipo, bensì tutto dipende dalla valutazione dei mercati. Va ricordato che un punto di spread vale ca. 20 miliardi d'interessi ed un aumento di almeno un punto del costo del finanziamento privato. Una scelta di questo tipo ci porterebbe comunque ad un incremento probabile, nello spazio di due anni, ad oltre il 130- 135% del rapporto debito PIL.
La congiuntura attuale è comunque favorevole; tuttavia, non si può pensare ragionevolmente di affrontare questa strada, con probabilità di successo, senza un completo piano strategico che veda al suo interno una ripresa a partire dal 2014 di almeno 1% del PIL e nel 2015 di almeno il 2%, per poi rientrare con livelli di deficit inferiori all'incremento del PIL. Dobbiamo, come Paese, presentare un progetto complessivo di crescita tale da coagulare attorno ad esso il consenso del mondo dei produttori e delle categorie sociali più colpite dalla crisi e tale da convincere anche il mondo degli investitori sulla bontà del nostro agire. Sarebbe veramente pericoloso non capire la portata della posta in gioco che ci porterebbe inevitabilmente a dover uscire dalla moneta unica per imboccare una strada autonoma di riassesto.
giovedì 25 aprile 2013
Investimenti esteri e semplificazione
La semplificazione delle incombenze burocratiche a carico delle aziende costituisce una delle principali riforme da porre in atto nel nostro Paese, per facilitare la ripresa della crescita e per attrarre nuovi investimenti, anche di natura estera.
Non si può sottovalutare, infatti, come l'eccessiva burocratizzazione delle procedure autorizzative, le incombenze di natura fiscale, i tempi lunghi di una giustizia civile, che rendono problematica la certezza del credito, e la stessa incertezza del quadro politico di riferimento rendano difficile la propensione all'investimento estero nel nostro paese.
Pur tuttavia, le occasioni interessanti si vanno moltiplicando e, nonostante mille problematiche, assistiamo, in questi giorni, a nuove iniziative.
Sul piano finanziario, attualmente, stiamo godendo di una congiuntura favorevole.Diversi operatori finanziari mondiali, specie dell'area asiatica, stanno valutando positivamente il combinarsi di diversi fattori fra cui:
a) La tendenza della nostra valuta a mantenere / aumentare il suo valore nel tempo rispetto alle altre principali monete che adottano politiche di "quantitative easing" (Dollaro Usa, Sterlina, Yen ..).
b) Un rendimento interessante dei titoli pubblici come quelli italiani, spagnoli ecc.
c) La capacità e la volontà ufficialmente espressa della BCE per la difesa dell'Euro.
d) Le recenti misure volte ad assegnare alla BCE la sorveglianza sul sistema bancario europeo.
e) La presenza dell'ESM, con una dotazione che arriverà sino a 500 miliardi di Euro e con la possibilità teorica di chiedere ulteriori risorse al mercato.
Tale interesse, verso le possibilità d'investimento finanziario nell'area europea, sta orientando masse consistenti di denaro sul mercato, con un riflesso positivo sullo spread dei nostri titoli pubblici.
Sarebbe oltremodo interessante muoversi con rapidità, in questa congiuntura favorevole, mettendo in piedi, a cura del nuovo governo, un piano di emissioni importanti di obbligazioni convertibili sul patrimonio immobiliare pubblico. Conferendo rapidamente almeno 400/500 miliardi di patrimonio immobiliare ad una nuova società a capitale pubblico, si potrebbero offrire agli investitori delle obbligazioni convertibili a scadenza in azioni di questa nuova società di gestione. Un'operazione di questo genere dovrebbe essere opportunamente accompagnata dalla concessione speciale di piena utilizzazione degli immobili per qualsiasi finalità, previo parere positivo (da rilasciare in tempi rapidi) e non appellabile da parte di una commissione interdisciplinare appositamente predisposta.
Nonostante diverse difficoltà presenti all'interno del nostro sistema paese, tuttavia, in questi giorni, stiamo assistendo ad un rinnovato interesse degli investimenti esteri.
Si è, infatti, appena conclusa l'acquisizione della Richard Ginori da parte del gruppo francese Kering tramite la controllata Gucci, previa formalizzazione davanti al Tribunale di Firenze di una proposta di 13 milioni di euro per rilevare il fallimento della storica manifattura di porcellane, nata nel 1735 e fallita nel gennaio 2013.Lo stesso Gruppo Kering ha appena acquisito anche il marchio di gioelleria Pomellato, azienda che ha realizzato nel 2012 un fatturato di 146 milioni di euro, ed ha una rete di distribuzione che comprende 80 negozi monomarca e 600 punti vendita nel mondo. Trattative in corso sono poi attive a Roma per l'acquisizione di un importante immobile a Roma, Via del Corso, di proprietà Benetton, da parte del gruppo, del settore abbigliamento giovane, H&M.
L'investimento più importante, di cui è stata data notizia, è sicuramente quello previsto dalla Lukoil, azienda russa del settore energetico. La Lukoil ha manifestato l'intenzione di acquisire entro l'anno il controllo totale della raffineria Isab di Priolo, subentrando alla Erg e rilevando dalla stessa il rimanente 20% delle quote ancora di sua proprietà. Ottenuta la totale proprietà, la Lukoil intende poi procedere alla realizzazione di un piano di investimenti da 1,5 miliardi di euro finalizzati all'ammodernamento dell'impianto siracusano che ha una capacità di raffinazione di circa 12 milioni di tonnellate l'anno e dà lavoro a oltre duemila persone di cui 900 diretti e circa 1.200 nell'indotto. La dimensione dell'investimento è importante ed è teso a porre l'impianto di raffineria di Priolo in grado di contrastare con efficacia la concorrenza indiana e USA; inoltre, rappresenterà uno stimolo per tutta l'area industriale di Siracusa nel triangolo Augusta-Priolo-Melilli.
L'impressione è che, in presenza di occasioni appetibili sia per la validità del marchio che per il prezzo di vendita, l'interesse estero verso l'acquisizione dei gioielli della nostra realtà economica possa aumentare. Questo fatto può rappresentare un'opportunità perché significa la possibilità che nuovi capitali stimolino la nostra economia; ma, è un fenomeno da tenere sotto osservazione perché, in alcuni casi, ottenuto il marchio è possibile che la produzione possa essere trasferita all'estero, oppure che si assista ad un possibile declino della presenza italiana in alcuni settori di produzione o servizio.
Per il momento, è giusto guardare con interesse a questi investimenti, rammaricandosi in qualche occasione per la scarsa presenza di interesse da parte dei gruppi economici nazionali, dotati di liquidità.
Quello che è utile per l'intero mondo delle imprese e per gli investimenti è continuare sulla strada delle riforme di sistema e della semplificazione. A tal proposito, possiamo guardare con interesse alla rapida attuazione del decreto 35/2012 relativo alla nuova autorizzazione unica ambientale. Una volta attuata l'opportuna regolamentazione da parte delle Regioni ed Enti locali la richiesta unica di autorizzazione, veicolata tramite lo Sportello unico per le attività produttive, consentirà di ottenere con una sola domanda ciò che prima richiedeva molti tipi di autorizzazioni ambientali (scarichi, acque reflue, emissioni in atmosfera, fanghi di depurazione, impatto acustico, recupero rifiuti) in tutte quelle situazioni in cui non è richiesta l'AIA (autorizzazione integrata ambientale necessaria per gli impianti più complessi) o la valutazione d'impatto ambientale.
Molti passi devono essere ancora fatti ma la strada delle riforme e della semplificazione è una delle condizioni necessarie per il recupero di competitività del nostro sistema paese e per aumentare la capacità d'attrazione d'investimenti italiani ed esteri.
.
venerdì 5 aprile 2013
Limiti alla competitività delle imprese italiane
Il recente rapporto della Commissione Europea sull'andamento dell'occupazione nell'area ha evidenziato un'ulteriore crescita della disoccupazione in Italia. Nell'ultimo trimestre 2012 la disoccupazione ha subito, infatti, l'accelerazione più marcata rispetto al trimestre precedente (+0,5%). Nello stesso periodo di riferimento, cala anche la produttività del lavoro e l'Italia registra uno delle peggiori performance fra i paesi europei: -2,8% nell'ultimo trimestre 2012, dopo il calo ancora più forte del 3% del precedente trimestre. L'Italia è anche il paese in cui il numero dei senza lavoro sta crescendo più velocemente. E' quarta nella classifica degli Stati in cui pesa di più la disoccupazione di lunga durata, dopo Grecia, Spagna e Portogallo. L'altro Dato preoccupante è che, in generale, a causa della crisi in corso ben il 15% della popolazione vive in condizioni di difficoltà economica. Aggiungiamo un altro dato poco incoraggiante: quello del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto). Il Clup è dato dal rapporto tra il costo del lavoro per addetto (che comprende, oltre alle retribuzioni lorde, i contributi sociali, le provvidenze al personale e gli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto) e la produttività per addetto.In Italia, i salari nominali sono aumentati in relazione all'aumento del costo della vita; mentre, la produttività è rimasta ferma o è diminuita. Il CLUP del nostro paese evidenzia, pertanto, un costo sempre più elevato, con una perdita di competitività nei confronti degli altri paesi europei nostri principali competitors quali la Francia, la Germania, il Regno Unito ecc.Vi è uno stretto legame fra le possibilità di crescita economica, la competitività delle nostre imprese, il livello di disoccupazione e la crescente situazione difficoltà economica del 15% delle famiglie italiane. Non potendo contare su di uno sviluppo a breve della domanda interna, per le evidenti difficoltà di un ampliamento dei consumi e della spesa pubblica, diventa sempre più importante lo sviluppo delle nostre esportazioni. La competitività delle imprese ne diventa un fattore essenziale.Quali sono i fattori che la limitano? Sicuramente il primo è ben rappresentato dalla pesantezza del CLUP; ma, altrettante difficoltà nascono a causa dall'elevato carico fiscale e dal costo dei finanziamenti. Nella maggior parte dei casi il peso di questi due ultimi fattori è talmente rilevante da essere altrettanto decisivo per la sopravvivenza, lo sviluppo e la competitività delle nostre aziende. Consideriamo dapprima le possibilità di miglioramento dell'andamento del CLUP. Come abbiamo detto esso dipende da un lato dall'andamento dei salari e dall'altro dalla produttività. Pensare di riuscire a migliorare la situazione attraverso una riduzione dei salari è una scelta difficile anche perché l'Italia, all'interno dei paesi più industrializzati, è uno di quelli con i salari netti più bassi. IL valore medio è di ca. 25.303 dollari (salario netto) nel 2012, al 22esimo posto sui 34 Paesi Ocse e all'ultimo tra i maggiori Paesi europei: anche la Spagna ha un salario medio netto superiore (27.500 dollari). Il dato italiano resta al di sotto della media Ocse che è di 28.090 dollari. Diversa è invece la situazione se parliamo del costo lordo che aumenta notevolmente a causa dell'elevato cuneo fiscale. I margini per una riduzione del costo del lavoro sono pertanto legati principalmente ad una riduzione del carico contributivo e fiscale specie nei confronti delle parti deboli del lavoro per favorirne l'occupazione. E' possibile tuttavia tentare di operare il più possibile favorendo la contrattazione aziendale anche in deroga a quella nazionale dove possibile, bloccare per un periodo limitato gli adeguamenti al costo della vita e gli scatti d'anzianità. I costi sociali sono comunque elevati ed in cambio di tutto questo bisognerebbe ottenere maggiori garanzie lavorative per i giovani, le donne, i lavoratori del mezzogiorno e la riduzione complessiva dell'utilizzo del lavoro atipico. La vera battaglia si vince in ogni caso sul campo della maggiore produttività. Essa va aumentata grazie alla stretta relazione fra formazione, innovazione e produzione. I risultati non sono mai a breve, è vero, ma sottovalutare il problema e non porre in atto politiche mirate ad un rapido recupero di questo scarto ci condanna ad assumere un ruolo marginale stabile. Rinunciare ad un forte sviluppo della produttività significa puntare su produzioni ad alto contenuto di lavoro semplice, cercando inoltre di abbassarne il più possibile il costo. Inevitabilmente, una strada di questo tipo ci conduce verso tipi di produzione meno complesse ed arretrate. Il pericolo è pertanto di entrare in una spirale del sottosviluppo. Il nostro mezzogiorno ha vissuto e vive da molti anni una logica di questo tipo, basata sulla connivenza malefica con la delinquenza organizzata ed il lavoro nero, privo di garanzie e di protezione sociale. Non possiamo perdere competitività nei settori strategici della produzione mondiale. E' importante un recupero della produttività sull'onda di maggiori investimenti in tecnologia innovativa.
Un ultima considerazione che va fatta è che abbiamo assistito in questi anni ad una profonda diversificazione del mercato del lavoro che spesso sfugge alle statistiche. Il dato medio è, infatti, composto da un lato dalla remunerazione di lavoratori a tempo indeterminato, ma, dall'altro, le posizioni a tempo determinato, parziale, a progetto ecc.incidono percentualmente in maniera significativa. Che effetto riduttivo del costo complessivo ha la loro presenza? La mia impressione è che assistiamo ad un tragico dualismo del mercato del lavoro italiano che sia in termini di costi, sia di garanzie, sia di prospettive ha operato una profonda frattura generazionale, di genere e territoriale all'interno dei lavoratori. Non parliamo inoltre dell'incidenza statistica che avrebbero tutti i lavoratori in nero che in molte regioni rappresentano una realtà importante e le ore di cassa integrazione che permettono a molte grandi aziende di sopravvivere. Qual è il costo unitario del lavoro in Italia? E' probabilmente un costo, diversificato al suo interno in mille realtà contraddittorie, che permette la sopravvivenza delle aziende ma con grosse difficoltà di mantenere una prospettiva di lungo periodo. Veniamo adesso a considerare altri punti che gravano pesantemente sulla competitività delle nostre imprese: il carico fiscale e gli oneri finanziari.
Per quanto riguarda il carico fiscale bisogna ammettere che l'IRAP rappresenta un onere micidiale.Sarebbe tuttavia superficiale una condanna che non tenesse conto dei motivi strutturali di lotta all'evasione che hanno contribuito a generarla. L'abolizione dell'IRAP vale almeno 20 miliardi d'euro e mi sembra difficilmente realizzabile anche se auspicabile. Si può semmai valutare un alleggerimento d'entità pari all'eventuale soppressione d'aiuti alle imprese, legandolo comunque ad un obbligo alla capitalizzazione degli utili.
Dal lato dell'equilibrio finanziario delle imprese, va evidenziato che molto è legato alla condizione di diffusa sottocapitalizzazione. Conseguenza della loro abitudine di evitare il più possibile l'evidenziazione degli utili per evitare una pesante tassazione. La seconda motivazione è stata anche di evitare gli obblighi societari connessi ad una dimensione più ampia (sindaci, sindacati ecc). Se in questi anni il basso costo del denaro ha consentito di supplire alla diffusa sottocapitalizzazione, ricorrendo alla leva finanziaria (con il benestare di un sistema bancario che ha accettato le garanzie personali mobiliari ed immobiliari a sostegno, in mancanza di un capitale responsabile aziendale sufficiente), oggi, la situazione è radicalmente diversa. Il peso finanziario è eccessivo, il costo insostenibile e mette in discussione la stessa sopravvivenza delle aziende, impedendo qualunque investimento teso al miglioramento della produttività. La situazione finanziaria dello Stato e lo spread dei nostri titoli pubblici hanno delle conseguenza sul costo dei finanziamenti per le imprese ed anche sulla competitività complessiva del nostro sistema produttivo.Come possiamo sostenere dei finanziamenti alle aziende sul 7 8 per cento mentre nel mondo le Banche Centrali giapponese, americana inglese si avvicinano al tasso zero e all'interno dell'area euro paghiamo dai tre ai quattro punti in più rispetto alle economie più forti?
Diventa urgente riaprire i canali del credito alle imprese penalizzati sia dalla debolezza patrimoniale delle banche, sia dalla loro preoccupazione per l'aumento delle insolvenze. La garanzia dello Stato può consentire un alleggerimento del peso del rischio nei confronti del patrimonio di garanzia ed una maggiore disponibilità alla concessione del credito. L'utilizzazione dei Confidi può inoltre permettere un effetto moltiplicativo della stessa garanzia statale così come sarebbe auspicabile una maggiore azione diretta della Cassa Depositi e Prestiti. Vanno stimolati anche nel nostro paese gl'interventi sul capitale da parte dei fondi di private equity per il rafforzamento di quelle imprese che, pur non di grandi dimensioni, si presentano fattive e dinamiche. In questo senso va sottolineato l'importanza del Fondo d'investimento italiano anche se con una dotazione ancora modesta. Va incrementato e sostenuto il ricorso all'emissione di prestiti obbligazionari e convertibili. Vi sono poi opportunità di utilizzare disponibilità europee.La Banca europea per gli investimenti (BEI) riceverà altri 10 miliardi d'euro e potrà quindi fornire finanziamenti supplementari per 60 miliardi nei prossimi tre o quattro anni, mobilitando inoltre un importo tre volte superiore presso altre fonti di finanziamento. Sono poi da utilizzare i fondi strutturali UE a sostegno della crescita in particolare delle PMI. Occorre utilizzare appieno anche gli strumenti del programma per la competitività e l'innovazione, che hanno già mobilitato 2,1 miliardi d'euro di fondi di venture capital e fornito 11,6 miliardi d'EUR di prestiti alle PMI. Nessuno dei tre fattori su descritti (CLUP, oneri fiscali, costi finanziari) può essere sottovalutato o trascurato. Abbiamo un punto di forza rappresentato dal buon controllo del deficit annuale previsto al di sotto del 3%. Dobbiamo poter utilizzare questo margine per agire sui tre punti sopraelencati e tentare di far ripartire la crescita attraverso una maggiore competitività delle nostre imprese. Un'altra fonte di risorse può venire dalla dismissione del patrimonio pubblico. L'ultima è la riqualificazione della spesa pubblica e la sua riorganizzazione complessiva.Non c'è solo da risparmiare, c'è soprattutto da riorganizzare l'utilizzo di questa spesa, in modo da rappresentare un'economia esterna per la popolazione e per le imprese, oltre che una fonte diretta di reddito aggiuntivo. Bisogna complessivamente privilegiare il lavoro rispetto alla rendita sia essa immobiliare sia finanziaria. La ricchezza di un paese nasce solo ed esclusivamente dal lavoro.
sabato 9 marzo 2013
Democrazia partecipativa e Rete
In ogni periodo storico è sempre esistita una continua dialettica fra Movimenti ed Istituzioni.
I Movimenti riuniscono le persone per la realizzazione di un obiettivo e vivono nella condivisione dei contenuti elaborati insieme. Normalmente, presentano le caratteristiche di un "comunismo elementare" e utilizzano forme il più possibile vicine alla democrazia diretta. Il "Movimento" lega le persone che lo compongono anche sul piano affettivo ed, in questo senso, le idee ed i valori sono vissuti con passione, costituendo spesso un'esperienza totalizzante. I Movimenti, tuttavia, non sono eterni. Essi si relazionano in maniera dialettica con le istituzioni, modificandole e modificandosi. Grazie alla forza ideale dei loro partecipanti l'intera società e le istituzioni, che la rappresentano, vengono investite da una tale forza di cambiamento da essere costrette a modificarsi per sopravvivere. Allo stesso tempo, il Movimento, per continuare la sua vita nel tempo oltre la fase eccezionale della sua nascita, deve organizzarsi e darsi delle regole che assicurino la sua sopravvivenza in una forma istituzionale.
Quello che appare originale e peculiare nella realtà contemporanea è l'interazione che si è verificata fra i Movimenti e le nuove possibilità tecnologiche, come la Rete.
La Rete ha permesso uno sviluppo dei Movimenti collettivi in tempi rapidi e su grandi spazi fisici.
Ha permesso una continua interazione intellettuale ed ideale fra i suoi componenti, anche se la riduzione della necessità della fisicità ha ridotto le implicite possibilità affettive e la totalizzazione dell'esperienza. Lo strumento ha inoltre permesso ai leaders carismatici di godere della possibilità di avere costantemente un'enorme platea digitale.
Se accoppiamo a quest'elemento la possibilità di partecipazione in rete d'ogni singolo membro, l'"assemblearismo" e la democrazia diretta ricevono dal Movimento un'ulteriore legittimazione come unico strumento possibile d'organizzazione.
E' tuttavia legittimo chiedersi se, nel passaggio dialettico al rapporto con le istituzioni e nella conseguente necessità di passare dalla fase del movimento iniziale a quella strutturata d'organizzazione, questo modo di procedere non possa rivelare dei limiti insormontabili.
Proprio per permettere un'adeguata ed incisiva partecipazione ed una vita duratura del Movimento è necessario frammentare nel tempo e nello spazio i processi, creare diversi livelli d'approfondimento, consentire la presentazione e il consolidamento dei diversi punti di vista e di programmi differenti e/o contrastanti, predisporre momenti di delega rappresentativa, necessari proprio per portare avanti gli obiettivi comuni. Creare insomma nuovi livelli organizzativi
Le possibilità offerte dalla Rete permettono una nuova e diversa capacità assembleare ed una partecipazione non solo fisica delle persone, La discussione assembleare o l'adesione alla posizione vincente è tuttavia sufficiente per affermare che è soddisfatto il requisito della democrazia? Non è forse necessario anche prevedere all'interno della partecipazione il momento della delega e vari livelli sempre più complessi nella formazione delle idee e nell'assunzione di responsabilità.?Come si procede quindi nella formazione delle idee e dei programmi? La forma organizzativa segue e facilità la formazione delle idee e la loro realizzazione concreta? Il percorso di responsabilità è legato a questo processo?Come vengono amministrate le disponibilità economiche ?
E' probabilmente vero che i tradizionali rapporti fra democrazia , partecipazione e rappresentanza siano stati profondamente modificati dalle nuove possibilità tecnologiche offerte dalla Rete.; tuttavia, tali nuove possibilità non possono modificare la sostanza di questi rapporti ma solo la modalità, permettendo in tal modo un miglioramento della qualità stessa della democrazia.Cerco di spiegarmi meglio: la Rete permette una maggiore circolazione delle idee e delle informazioni a costi bassissimi e quasi nulli . Tutto questo mentre si annullano i problemi connessi alle distanze fisiche ed ai tempi personali disponibili.Non sono cose da poco .In sostanza,si riesce a dipendere molto meno che nel passato dai "media" e dal loro potere di controllo. Si riesce a superare il monopolio dell'informazione e della gestione selettiva dei contenuti e delle idee .La possibilità di far discutere in modo stabile e continuativo persone che distano da loro centinaia di chilometri può consentire una maggiore presenza consultativa e decisionale su problemi importanti o la collaborazione diffusa su progetti d'approfondimento tematico.Tutto questo non è trascurabile; tuttavia, non porta automaticamente alla democrazia diretta ed alla possibile negazione del concetto di delega e rappresentatività. Porta invece alla necessità di dare spazio ad una reale democrazia partecipativa sia all'interno delle organizzazioni politiche che nelle istituzioni.Nessuno oggi potrà affermare che per motivi di tempo, di spazio ,d'informazione o di distanza non è possibile, organizzare o consultare o decidere insieme su alcune questioni.Il problema ,quindi, è di procedere nella realizzazione di tutte le modifiche organizzative necessarie ma riconoscere allo stesso tempo la differenza di cultura , d'esperienza di vita, di passione , di coraggio, di saggezza ecc ecc. esistenti fra le persone e che da un lato permettono ad alcuni di assumersi responsabilità maggiori e dall'altro gli fanno ottenere la fiducia da parte degli altri che gli delegano delle funzioni. Un processo di delega e di rappresentanza pertanto di maggiore qualità e trasparenza che parte realmente da una base diversamente organizzata.Tutto questo all'interno di una nuova realtà che offre maggiori possibilità di controllo , trasparenza e verifica da parte di una base attiva e partecipante.Il comune cittadino DEVE poter esprimere il suo giudizio sulle questioni scottanti e su tutto quello che lo riguarda;tuttavia, non gli si può chiedere di predisporre gli studi e le proposte tecniche relative,di decidere e di occuparsi direttamente di tutto perché sarebbe macchinoso e non efficace. D'altra parte non affiderei mai a dei tecnici il potere di decidere per conto mio ; mentre, invece, attraverso un processo progressivo di delega, affiderei la possibilità di prendere delle decisioni ad una classe dirigente che avrei condiviso attraverso un processo trasparente di delega. Su cosa quindi baserei la delega? Sulla fiducia che una persona ha saputo guadagnarsi nella guida di un gruppo di cui si è assunto progressivamente la responsabilità e da cui ha ottenuto la fiducia. informandosi su tutto quello che non conosce, chiedendo aiuto tecnico e sottoponendolo al parere ed all'intelligenza comune, dedicandosi al bene del gruppo ed avendo il coraggio di prendere decisioni difficili . In questo percorso di responsabilità vedo la crescita e la formazione della classe dirigente .
venerdì 1 marzo 2013
Per un governo di minoranza
Il recente risultato elettorale testimonia la profonda crisi della nostra società in presenza di una recessione economica, che grava pesantemente sulle prospettive di reddito e d'occupazione dei cittadini, e della mancanza di fiducia in una classe politica, vista come distante dalla gente, incapace di recepirne i bisogni ed interessata solo al mantenimento dei propri privilegi. Questo miscuglio esplosivo ha posto spesso, nella storia, le condizioni per veri e propri terremoti del panorama politico e del rapporto fra i ceti e le classi sociali. In molti casi, la novità ideale, necessaria per affrontare con successo i problemi, non ha trovato strada nelle politiche esistenti, creando le condizioni per l'irruzione di forze nuove dai connotati spesso rivoluzionari. In altre situazioni, personalità di rilievo hanno avuto la capacità di proporre formule nel segno della speranza, per ridare fiato non solo all'economia, ma all'intero spirito delle nazioni. Penso ad esempio all'esperienza del New Deal americano o a tanti altri esempi della storia passata. Anche il nostro paese vive un momento, di cambiamento e di ristrutturazione della politica, che ha portato alla recente affermazione elettorale del Movimento Cinque Stelle.Con il voto così ampio a questo gruppo, gli elettori hanno inviato qualcosa che assomiglia ad un ultimatum. Più che un'adesione convinta ad un programma di governo, questo voto sembra unire un malessere di diversa provenienza con obiettivi che, su molti aspetti, potrebbero anche essere inconciliabili. Ci si chiede, infatti, quanti di coloro che hanno votato Grillo, disgustati dallo spettacolo d'insipienza e corruzione offerto spesso dalla politica, siano poi d'accordo con le ipotesi di uno sviluppo basato sulla possibile decrescita ma con maggiore attenzione alla qualità della vita sociale (i cui indicatori sono in ogni caso da verificare e da dibattere adeguatamente). Quanti pensano che il nostro Paese sia sostanzialmente fallito finanziariamente e oggetto dei voleri della finanza internazionale, cui paga un contributo interessi intollerabile, per cui l'unica soluzione potrebbe essere quella di procedere ad un piano di ristrutturazione dello stesso debito.? Quanti inoltre ritengono possibile e preferibile una possibile uscita dall'euro ed una svalutazione competitiva della nostra moneta che decurti immediatamente il valore dei nostri risparmi, degli stipendi e delle pensioni? Quanti ritengono inutili i grandi lavori della TAV che permetterebbe la partecipazione italiana alle vie di comunicazioni più avanzate europee e lo sviluppo del transito delle merci su ferro? Probabilmente, molti ritengono questi problemi distanti dal quotidiano ed intanto sentono il Movimento Cinque Stelle presente in tutte le situazioni in cui la politica tradizionale non riesce a d offrire sostegno ed aiuto. .Il movimento ha inoltre fatto suoi alcuni punti considerati ormai irrinunciabili dalla maggior parte delle persone come testimonia anche l'esito dei due referendum sull'energia nucleare e sull'acqua La parola d'ordine è, infatti, quella di preservare i beni comuni alla gestione pubblica e di orientare il piano energetico nazionale sempre più verso le fonti energetiche rinnovabili. C'è tuttavia una forma di semplificazione nel trattare le questioni che certo non giova alla gestione dei fenomeni.Lo troviamo ad esempio nella difficoltà ad accettare la necessaria presenza sul territorio nazionale di termovalorizzatori dove smaltire almeno la parte residua dei rifiuti non riciclabili nonostante il possibile successo di un'estesa e capillare raccolta differenziata.La fiducia degli elettori, inoltre, è riposta nella possibilità dello sviluppo di una democrazia partecipativa, che consenta un controllo dal basso del personale e dell'azione politica, mentre, da parte loro, le forze politiche tradizionali sono rimaste impermeabili al cambiamento ed all'apertura delle proprie strutture organizzative. Troppo spesso, la necessità della sopravvivenza dell'organizzazione ha prevalso sull'accoglimento di un percorso di democrazia partecipativa di base e sul web. L'utilizzo delle possibilità della Rete è stato, anzi, completamente sottovalutato ed utilizzato solo come cassa di risonanza, mentre, la sua forza consiste proprio nella maggiore possibilità di partecipazione della base alla vita politica , compresa l'elaborazione dei contenuti . La Rete può dunque essere uno dei luoghi di formazione del personale politico, come ha intuito Grillo.
Ora, siamo di fronte ad un'emergenza che richiede la definizione di priorità, pur coscienti del rischio di nuove elezioni a breve.
Il Partito Democratico ha la responsabilità della proposta e sarebbe auspicabile che, pur non potendo contare su di una maggioranza precostituita, si presenti in Parlamento chiedendo la fiducia su di un programma minimo d'azione che permetta di affrontare l'emergenza intervenendo subito su alcuni fattori critici:
Pensiamo che il tentativo di formazione di un governo, capace di ottenere in Parlamento i numeri per andare avanti, debba poggiare almeno su sei priorità:
N. 1. Riduzione drastica dei costi della politica, dei privilegi della casta Abbattere i costi, non solo economici, della politica, quelli diretti e ancor più quelli indiretti. La riforma politica deve riguardare numero e retribuzione delle persone impiegate in politica, lo scioglimento degli Enti inutili nati per foraggiare clientele di partito e riciclati, il numero dei mandati, il numero dei parlamentari e dei consiglieri, la misura e le modalità di controllo del finanziamento pubblico, la trasparenza degli atti amministrativi, la messa in rete di tutti gli atti pubblici compresi appalti mandati di pagamento oltre che ai rimborsi dei politici. E' necessario procedere alla regolamentazione normativa dei partiti e ad una modifica del ruolo ed operatività delle fondazioni.
N.2 approvazione di una nuova legge elettorale ed avvio di una stagione di riforme istituzionali del nostro Paese che consenta di realizzare l'obiettivo della piena governabilità ed efficienza.. Abolizione delle Province, accorpamento dei Comuni minori, soppressione di una camera, elezione diretta del Presidente della Repubblica, che assuma anche il ruolo di capo del governo. Questi potrebbero essere i cambiamenti istituzionali utili per portare il paese alla piena governabilità.
N. 3. Legge sul conflitto d'interessi.Norme efficaci per la lotta alla corruzione, peso intollerabile, fattore di spreco, di distorsione dei mercati e di degrado della vita civile.
N.4 . Introduzione del reddito di cittadinanza e del contratto unico d'ingresso a garanzie progressive, opportunamente incentivato per i giovani , le donne e gli over 50, con riduzione drastica delle forme di lavoro precario . Vengono sollevate spesso molte critiche all'introduzione del redito di cittadinanza visto come premio per la pigrizia lavorativa. Questa visione è oggi fuorviante perché il problema principale è quello d'intervenire sulle situazioni di bisogno, provocate da una crisi economica senza precedenti nel dopoguerra, con strumenti di tipo universali che permettano di toccare il fenomeno della disoccupazione di lunga durata, l'inoccupazione e la marginalità. L'importante è che il reddito sia concesso a patto che queste persone nel frattempo prestino la propria manodopera in lavori utili, accettino percorsi formativi validi per il reinserimento lavorativo ed in generale per l'occupazione e non possano rifiutare nessun lavoro continuativo proposto. La copertura economica di un provvedimento di questa portata ( il cui costo potrebbe ammontare ad almeno ca. 7.000 euro annui per persona) è ovviamente difficile . Un provvedimento che riguardasse almeno due milioni di persone costerebbe ca. 14 miliardi l'anno. Questi soldi vanno comunque trovati a partire da un diverso utilizzo della spesa per il welfare ( anche rivedendo i meccanismi della cassa integrazione e mobilità oltre che le remunerazioni pensionistiche e gli stipendi pubblici oltre i cinquemila euro netti ) considerando anche le risorse rivenienti in bilancio dalla recente riforma pensionistica da mantenere invariata, dai rispermi ottenuti attaraversoi, taglio dei costi della politica e riforme istituzionali ( abolizione province ecc) la maggiore tassazione del gioco d'azzardo, quanto sarà possibile destinare da una riforma fiscale ( cfr. punto 5) ecc.
N.5. riforma fiscale generale a favore delle imprese e del lavoro con l'obiettivo della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per la ripresa della competitività
N:6 avvio di un programma di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico per il finanziamento di misure per la crescita e per la riduzione dello stock del debito .Si ritiene importante evitare la dismissione delle quote detenute in alcuni gioielli della nostra economia come ENI e Finmeccanica, proprio per salvaguardarne l'italianità
Un PD e un governo, che mettessero in agenda e realizzassero questi punti, aprirebbero un percorso virtuoso di fiducia e partecipazione fra Istituzioni e cittadini oltre che alcuni punti fermi per la lotta alla disoccupazione ed una ripresa della nostra competitività . Tutto questo non potrebbe che essere visto con interesse e fiducia anche dai mercati finanziari.Se tutto questo non dovesse realizzarsi, è meglio dare fiducia ad un governo di transizione, guidato da una personalità di alto rilievo, che duri per il tempo necessario alla riforma della legge elettorale, e tornare il prima possibile a nuove elezioni.