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sabato 25 gennaio 2014

Le alternative per l'europa e per l'Italia

Quest'anno assisteremo allo svolgersi delle elezioni per il Parlamento europeo, che giungono in un momento di grande difficoltà dell'Unione, lacerata dallo squilibrio economico fra gli stati membri e dal risorgere di mai spenti nazionalismi.

Abbiamo assistito, in questi anni, alla lenta, ma proficua, costruzione di nuovi meccanismi d'integrazione e di salvaguardia comune. Molto si sta cercando di fare nel campo dell'unione bancaria, per consentire una parità di condizioni del credito in tutta l'area; tuttavia, contemporaneamente, si affermano molti partiti euroscettici.

Il dibattito presenta dei toni forti anche in Italia e, fra le varie posizioni,   è interessante considerare il recente appello pubblicato sulla rivista " Micromega", a firma di Andrea Camilleri, Paolo Flores d'Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale e tanti altri, per la partecipazione, alle prossime elezioni europee, di una lista promossa da movimenti e personalità della società civile a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza, alla presidenza della Commissione Europea..

Lo stesso, in una recente prefazione al libro " Cosa vuole l'Europa", scrive di come si fronteggino ormai due ipotesi, che possono ricondursi agli interessi diversi presenti in un vero e proprio scontro di classe. Da un lato, vi è l'ipotesi di un sostegno finanziario alla crescita attraverso l'espansione della base monetaria e la redistribuzione delle ricchezze attraverso lo strumento fiscale; dall'altra, la richiesta di un'austerità, a favore dei creditori delle Banche e degli Stati, che va a scapito e a distruzione dello stato sociale, del Welfare.

Spesso, le due posizioni si compattano da un lato nella difesa strenua delle regole di bilancio e dall'altra, nella richiesta di uscita dall'euro.

Nell'appello, invece, viene ribadita la necessità di rifondare L'Europa a partire dalle popolazioni e dalle associazioni della società civile, che direttamente la rappresentano: partiti, sindacati. L'Europa " Deve divenire unione politica, dunque darsi una nuova Costituzione: scritta non più dai governi ma dal suo Parlamento, dopo un'ampia consultazione di tutte le organizzazioni associative e di base presenti nei paesi europei." I firmatari richiedono la modifica del ruolo della Banca centrale europea che dovrà avere poteri simili a quelli esercitati dalla Banca d'Inghilterra o dalla FED, garantendo non solo prezzi stabili ma lo sviluppo" …"Deve darsi i mezzi finanziari per un piano Marshall dell'Unione, che crei posti di lavoro con comuni piani di investimento " e aggiungono " divenendo prestatrice di ultima istanza in tempi di recessione.".

Le difficoltà del momento sono enormi ma le due alternative indicate da Tsipras non sembrano le uniche percorribili e le richieste per un percorso europeo comune di sviluppo, contenute nell'appello, costituiscono una sferzata rispetto a quanto si sta facendo forse troppo timidamente.

D'altra parte è difficile pensare ad una forte politica inflazionistica europea, ad un deprezzamento dell'euro o a forme di mutualizzazione comune del debito dei diversi stati membri. Abbiamo interessi comuni; ma, anche, diversità che si vogliono difendere e ricchezze accumulate, che non si vogliono perdere. E' qualcosa di cui bisogna tener conto. Non siamo un unico popolo o nazione e dobbiamo avvicinarci con la dovuta gradualità. D'altra parte, tutto questo non può essere una giustificazione di fronte all'impoverimento progressivo di larga parte  dell'Europa.

Non dimentichiamo, tuttavia, che qualcosa viene fatto per ridurre le differenze europee e realizzare programmi comuni. Il Bilancio europeo per prossimi sette anni ammonta a quasi 900 miliardi di euro e prevede il sostegno all'integrazione comunitaria, alla riduzione delle differenze fra gli stati membri, l'incentivazione agli investimenti in ricerca, sviluppo e verso i settori ritenuti di punta all'interno della produzione di beni e di servizi.

Certo, devono essere molto di più, e l'Europa non dovrebbe rinunciare allo strumento collettivo del credito, gestito dalla BCE e dalla Banca Europea degli investimenti.

La BCE ha già l'obiettivo di un'inflazione al 2% mentre oggi siamo ben al di sotto di questo limite; pertanto, una politica di sostegno al credito e di allargamento della base monetaria è auspicabile. La BCE, potrebbe ad esempio fornire la propria garanzia a sostegno di finanziamenti erogati dalla Banca Europea degli investimenti con effetto chiaramente moltiplicativo. Possiamo provare a coinvolgere la comunità internazionale ed i privati con l'emissione di titoli di credito specifici legati a progetti di sviluppo comunitari.La BCE può lanciare una nuova grande operazione di prestito a medio termine a favore del sistema bancario a tassi ancora più bassi dell'uno per cento.

 Si può giustamente migliorare la governance democratica, attraverso una forte capacità dei partiti e sindacati europei di attuare politiche concertate e comuni. Superare i confini nazionali grazie ad una mobilitazione comune. L'esempio Erasmus ci fa intravedere i risultati positivi degli esperimenti d'integrazione. Il processo ha bisogno di tempo e pone un delicato equilibrio fra il rispetto delle autonomie nazionali e le prerogative ed il rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo.

A livello nazionale possiamo pensare che non è "il monetarismo" la soluzione alla crisi della nostra economia. Certo, l'abbondanza di denaro a basso costo aiuta; ma, vediamo che non è sufficiente. E' necessario uno sforzo collettivo ed un cambiamento di mentalità e di volontà.La creazione d'opportunità e di spazi per l'investimento, grazie alla realizzazione delle riforme strutturali del sistema socio economico. .Sono convinto che la stessa amministrazione pubblica potrebbe rendere dieci volte quello che rende adesso. Dobbiamo darci, tutti, degli obiettivi di sviluppo a partire dal lavoro, dal miglioramento delle condizioni di vita dei meno fortunati, dalla premiazione e valorizzazione del merito. Dobbiamo partire dal ripulire il Paese dalla corruzione, dall'illegalità diffusa, dalla deresponsabilizzazione, dalla pigrizia. Spostiamo quindi risorse dalla rendita al lavoro. Dal risparmio all'investimento. Non credo che la gestione pubblica sia, di per se, risolutiva del problema; come, non credo che la gestione privatistica, regolata solo dall'obiettivo del profitto, abbia la possibilità automatica di consentire lo sviluppo della società. In fondo, le aziende che realizzano i maggiori profitti sono quelle della criminalità organizzata. E' un paradosso per dire che solo la democrazia e la politica, in un circolo virtuoso fra comunità istituzioni e imprese, ci può consentire di raggiungere i traguardi di benessere cui aspiriamo

La svalutazione interna dei costi del lavoro non è l'unico modo di migliorare la competitività di un sistema, in assenza degl'investimenti in ricerca ed innovazione, e realizzare una spinta verso la crescita In questo caso, anzi, l'effetto più probabile, è il suo avvitamento verso produzioni e servizi a più alto contenuto di lavoro di base e la sua progressiva depauperizzazione. La mortificazione d'intere generazioni in Italia, con la precarizzazione del lavoro, non è certo l'utilizzo ottimale della risorsa lavoro; anche se, ha diminuito il costo di questa parte d'offerta. . La crescita non può prescindere da una migliore allocazione complessiva dei fattori di produzione verso servizi e produzioni individuate a soddisfare meglio le esigenze della popolazione mondiale ed offrire servizi e prodotti di qualità a prezzo competitivo. Fa parte di questo processo la grande sfida per consentire la migliore allocazione della risorsa lavoro verso gli impieghi più produttivi, all'interno di uno sviluppo sostenibile, e fornire contemporaneamente i necessari ammortizzatori sociali che consentano, ai singoli lavoratori, il mantenimento delle garanzie e dei diritti, oltre che un percorso certo di rientro nel lavoro. L'urgenza per le aziende è quella di un peso eccessivo degli oneri finanziari e fiscali.

In particolare, tutto quello poi che ruota attorno al lavoro: dagli oneri contributivi all'IRAP, nata concettualmente, forse, per una lotta all'evasione fiscale delle aziende; ma, diventata un onere insopportabile.

Sempre più spesso, tante piccole aziende potrebbero chiudere l'esercizio economico in pareggio, o con una piccola perdita, se non dovessero pagare, a quel punto, un'imposizione fiscale importante.

E che dire degli oneri finanziari? Le imprese italiane vantano una diffusa sottocapitalizzazione che si traduce spesso in squilibrio finanziario, che mina la loro stessa esistenza.. Questi costi rendono poi misero il ritorno reddituale aziendale, mortificando spesso l'investimento in ricerca e sviluppo. L'Italia è ben al di sotto della media europea per la ricerca e sviluppo del settore privato.

Da tutto questo si può trarre la conclusione che non è sufficiente attaccare un pezzo alla volta.

Certo, il costo del lavoro va ridotto, soprattutto nel suo aspetto fiscale/contributivo a carico delle aziende. Una diversa progressività sui redditi oltre i 50.000/75.000 euro potrebbe produrre risorse di ca. 10 miliardi annui da destinare a questo scopo. Nessuno lo fa. E' più facile parlare di costi della politica da ridurre (giusto) o di pensioni d'oro.

Oltre al contenimento del costo del lavoro, è anche necessaria una cura particolare verso la riduzione del costo del denaro di diversi punti superiore a quello dei nostri concorrenti ed ad un costo dell'energia ben superiore di ca. il 30%.

Sul primo punto bisogna continuare ad insistere nella separazione del sistema bancario dal destino del nostro debito pubblico.

Oggi il deficit annuo, anche valutato al 3% del PIL ammonta a ca. 60/70 miliardi di cui oltre 80 riconducibili al costo del debito. In sostanza se non dovessimo pagare interessi sul debito il bilancio sarebbe in sostanziale equilibrio, con un avanzo primario. Dobbiamo da un lato riuscire a contenere il costo del debito all'interno del tasso di crescita del PIL e dall'altro abbattere il volume assoluto del debito affrontando decisamente un programma di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico ma anche della giungla delle partecipazioni statali ad eccezione di poche situazioni ritenute strategiche.

Le modalità possono essere diverse. Dall'emissione di prestiti garantiti convertibili in azioni di società a cui conferire parti del patrimonio in gestione e aperte ai privati o alla vendita diretta ecc. Ne abbiamo parlato più volte ed il dibattito anche a livello nazionale è stato ampio e ricco di proposte. E' necessaria una seria volontà politica in tal senso.

Le banche vanno ulteriormente ricapitalizzate (anche riducendo il controllo su di esse esercitato dalle Fondazioni) per consentire loro di svolgere meglio il ruolo d'intermediazione fra risparmio ed investimento privato.La garanzia del Fondo di garanzia dello Stato può fare da moltiplicatore rispetto ai fondi stanziati.

Abbiamo inoltre a disposizione, nei prossimi anni, 114 miliardi di fondi europei indiretti uniti al cofinanziamento interno già previsto dalla legge di stabilità.

Bisogna ridurre i costi per gli adempimenti burocratici, sostenuti dalle aziende e migliorare la percentuale di attività del sistema. Bisogna aumentare le entrate dello Stato, senza ridurre la spesa pubblica complessiva, migliorando i servizi e la contribuzione al loro costo da parte delle classi più abbienti e spostando il personale progressivamente verso i servizi più importanti (scuola, sanità, infrastrutture, edilizia popolare ecc)

Bisogna reperire maggiori risorse attaccando le ineguaglianze. La progressività maggiore delle imposte va utilizzata in questa direzione, per sgravare il peso fiscale sull'impresa e sul lavoro, consentire la riduzione del cuneo fiscale e l'incentivazione all'investimento privato in ricerca e sviluppo.

Se all'interno di tutto questo bisognerà chiedere maggiore tempo per rientrare nei parametri del rapporto debito PIl credo che nessuno dei nostri partners europei si permetterà di sollevare obiezioni insostenibili.

Non ritengo che il problema sia quello di aumentare i trasferimenti europei a favore delle economie più deboli. La storia del nostro mezzogiorno insegna che non è risolutivo per riavviare lo sviluppo.Il bilancio europeo dovrebbe essere potenziato per permettere all'intero continente obiettivi di crescita più ambiziosi.

La competitività non può essere misurata se non complessivamente rispetto alle prospettive di produzione e di crescita di un intero sistema e non può prescindere dal porsi il problema dell'analisi attenta delle nostre potenzialità e delle nostre carenze.Il mix virtuoso di ambedue gli aspetti ci permette di collocarci al meglio fra i paesi del mondo; ma, guai a non ricercare, con costanza e dedizione, la possibilità di miglioramento e di partecipazione ai livelli più elevati della qualità e della produzione. La crescita mondiale rappresenta lo sforzo dell'uomo verso il miglioramento delle sue condizioni di vita ed è un processo inarrestabile, che può coinvolgere tutti. L'ineguaglianza delle condizioni, delle capacità, delle ricchezze ecc. comporta tuttavia ritardi e privilegi degli uni nei confronti degli altri. L'importante è che queste differenze siano contenute e non siano cristallizzate da rapporti di forza e di violenza. Tutti possiamo e dobbiamo adoperarci per migliorare la nostra condizione e partecipare alla crescita perché è altrettanto evidente che la percentuale di partecipazione alla distribuzione delle ricchezze dipende anche da noi

 

 

 

mercoledì 15 gennaio 2014

L'Italia fra passato e futuro

Proprio nel momento in cui il nostro paese affronta uno dei periodi di maggiore crisi della sua storia, è bene guardare al passato, alle radici della nostra democrazia, per ritrovare i valori fondativi della convivenza.

Avevamo appena concluso una guerra difficile e controversa, insieme ad una brutta guerra civile ed una lotta partigiana di resistenza contro il precedente alleato tedesco. Le forze democratiche e popolari, unite nel Comitato di Liberazione Nazionale, avevano liberato il nostro Paese; insieme alle truppe alleate, dall'occupazione tedesca e dal Fascismo, quando i padri della patria scrissero la nostra Carta Costituzionale. "La più bella del mondo" : ha detto Benigni!

Come dargli torto, quando vi si legge che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro: il bene più prezioso che una persona possa desiderare per poter vivere con dignità all'interno del consesso civile?

Oggi, che la disoccupazione dilania le speranze d'intere nuove generazioni, ci si rende conto di quanta lungimiranza ed attenzione per la vita delle persone racchiuda quella frase, posta all'inizio della nostra Costituzione.

Lavoro e rispetto, per la persona e la sua fatica, erano i valori fondativi della nostra educazione, nel dopoguerra.

 Si era conosciuta la fame e la solidarietà fra la povera gente.

 Qualunque mestiere, anche il più umile, era guardato con rispetto. Il proprio lavoro, vissuto come servizio, era anche motivo d'orgoglio e dignità personale. Possibilità di formare una famiglia. Possibilità di sperare in un miglioramento ulteriore.

Per anni, il duro lavoro di questa gente ha permesso la completa ricostruzione dei danni della guerra ed il miracolo economico; mentre, l'azione riformatrice e la vigilanza democratica dei partiti e dei sindacati cercava di ottenere un miglioramento complessivo delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari.

Vi sono stati, tuttavia, alcuni difetti strutturali, in questa costruzione, che continuiamo a portarci dietro.

Il primo è rappresentato dall'arretratezza economica, culturale e politica del Mezzogiorno d'Italia, tra l'altro esente dal processo di rinnovamento popolare ideale e politico della Resistenza.

La gestione dell'arretratezza, affidata ad un'alleanza con forze locali conservative e corrotte, ha consolidato il sottosviluppo, mortificando la creatività e la speranza delle persone. La criminalità organizzata, che ha assunto, in queste realtà, la forma più complessa della società segreta, capace del controllo del territorio, ha stornato a proprio favore ingenti risorse, altrimenti dedicate allo sviluppo, corrompendo e compromettendo il Sud ed, in seguito, attaccando l'intero territorio nazionale. La stolta alleanza con una classe politica corrotta del Sud, capace di contatti con queste forze, in grado di controllare voto e territorio, è stata un'insopportabile palla al piede per lo sviluppo italiano.

Un 'altro difetto strutturale è stato determinato dal controllo dell'apparato dello Stato e delle partecipazioni statali da parte delle forze politiche. La gestione e l'indirizzo delle risorse verso canali preferenziali ed amicali ha portato progressivamente al disastro del nostro paese , incapace di reggere la competitività di un mondo globalizzato , mortificato da un'eccessiva ineguaglianza sociale, da una corruzione ed illegalità diffusa ed organizzata, dall'abbandono del rispetto per il lavoro ed il merito.

Ci ammoniva già Berlinguer su quanto fosse nefasta l'occupazione dell'apparato dello Stato da parte della politica; ma , niente è ancora cambiato.

Si sono create consorterie e corporazioni che, grazie alle protezioni politiche, mantengono privilegi che costituiscono un appesantimento inutile per il nostro sistema sociale ed economico.Mille leggi e leggine, insieme ad una complessa burocrazia, complicano la vita delle aziende e delle persone, favorendo ulteriormente l'utilizzo delle raccomandazioni, del familismo amorale e della corruzione.

Un altro difetto strutturale è rappresentato dalla relativa debolezza della nostra classe imprenditoriale e dall'incompiuta liberalizzazione delle attività economiche e finanziarie .Troppo spesso questo ha portato a scarsi investimenti , al mantenimento d'assetti proprietari poco dinamici ed incapaci di raccogliere le sfide necessarie al potenziamento delle aziende amministrate

Quello che costituisce poi un pregio : l'importanza e la forza delle nostre PMI rappresenta anche una debolezza. Da un lato osserviamo la dedizione , l'impegno la capacità imprenditoriale delle famiglie . Dall'altro la relativa debolezza delle strutture gestionali. La difficoltà ad impostare l'attività secondo un'efficace programmazione economica e finanziaria e di controllarne la relativa gestione. La scarsa capitalizzazione. La difficoltà a raggiungere una dimensione sufficiente per sopportare i costi di una struttura manageriale complessa e la sfida dei mercati internazionali.

Le forze politiche di sinistra in questi lunghi anni hanno cercato di fare tutto il possibile per la difesa della democrazia e delle condizioni di lavoro e di vita delle masse popolari.

Come dimenticare il ruolo decisivo assunto dai sindacati uniti, in quella stagione delle riforme che sconfisse politicamente ed isolò la lotta politica armata degli anni di piombo!

Eppure è rimasto incompiuto un completo passaggio da quella che era l'ipotesi rivoluzionaria e la prefigurazione di una società socialista, portata avanti da uno dei più forti partiti comunisti dell'Occidente, verso un completo e vitale ruolo riformista all'interno della società italiana.

La stessa esperienza del movimento dell'Ulivo di R. Prodi , che sta alla base della stessa fondazione del Partito Democratico, deve essere ancora digerita fino in fondo.

Non vi sono tuttavia alternative ad un ruolo fortemente riformista e moderno della sinistra italiana . Un ruolo capace di portare il Paese fuori dalle sue contraddizioni e dalla rabbia diffusa ed antisistema che lo pervade, come è già avvenuto tante volte nel passato .

Il nostro Paese ha vissuto anche altre volte spinte populiste dal carattere ambiguo,   con la compresenza di aspetti antisistema rivoluzionari e fortemente persecutivi.

La fuga dalla responsabilità può trasformarsi in fuga dalla libertà con estrema facilità. Lo sviluppo collettivo di atteggiamenti persecutivi, che spostano tutti i problemi nella ricerca della colpa di qualcuno , siano essi gruppi sociali ,categorie , o addirittura interi paesi stranieri, porta facilmente all'espressione violenta, quasi giustificata dall'insopportabile oppressione e violenza nascosta di cui si è vittime. La rinuncia della razionalità porta facilmente al fanatismo, di cui certo il nostro Paese non ha bisogno per ritrovare la strada del miglioramento collettivo. Dobbiamo invece riuscire a comprendere le sfide della nuova realtà globalizzata e delle nuove frontiere produttive, che abbiamo davanti a noi, senza arroccarci nella difesa di ciò che ormai è insostenibile ed obsoleto.

Vi è sempre un aspetto positivo da cogliere nei periodi di mutamento . E' in essi che nascono le nuove civiltà . Esse , tuttavia , sono patrimonio di chi ha il coraggio di guardare senza paura al nuovo e con fiducia ai frutti del lavoro , dell'impegno, della collaborazione.

 

 

 

venerdì 13 dicembre 2013

L'IMPRESA :PRODUTTRICE DI VALORE

 

Quando, moltissimi anni fa, una massa enorme di servi della gleba e contadini poveri si riversò nelle strade delle città, costituendo quell'esercito industriale di riserva che fu una delle basi necessarie per il successivo sviluppo della realtà commerciale ed industriale della nuova società, tutti gli studiosi non potevano non notare come l'unica ricchezza posseduta fosse la propria capacità di lavoro.

Queste persone, staccate dall'originario tessuto produttivo, staccate anche dalla comunità in cui erano cresciute, erano prive d'identità e di un rapporto organico con la società. Erano una vera e propria merce. Le stesse condizioni di lavoro ricalcavano, nella città, l'assoluta padronanza della vita delle persone che vi era stata nelle campagne. Nei nuovi tempi, rispetto al passato, queste persone erano libere: si, ma solo di  prestare la propria opera senza nessuna condizione, garanzia, diritto.

Chi poteva utilizzare questa merce? Chi ne aveva interesse?

Una nuova classe di persone che   disponeva di capitali e poteva avviare commerci, produzioni, servizi. Una classe di persone dinamiche ed intraprendenti che non sopportava più il blocco sociale della nobiltà che aveva la proprietà delle terre e di tutto quello che nasceva o cresceva sulle stesse, comprese le persone.

 No, nelle città questa gente voleva essere libera di produrre commerciare e decidere sulla propria vita e disponeva dei capitali per attrarre la forza lavoro, farla uscire dal dominio della nobiltà, all'interno della terra, e utilizzarla come libera merce lavoro. Come non vedere nella prestazione lavorativa, massificata e senza diritti, la completa alienazione dell'uomo?  Come non capire, altresì, che solo il suo lavoro costituiva, all'interno del processo di produzione del valore, quel di più, il plusvalore, che permetteva la realizzazione del profitto? Come non legare alla distribuzione ineguale del profitto il concetto di sfruttamento ? come non far discendere da tutto questo la necessaria lotta di classe per liberare l'uomo lavoratore da questa condizione e permettergli di ridiventare persona?

La storia dei secoli scorsi è la storia di questa emancipazione ;ma, anche, di una profonda trasformazione dei ruoli sociali, dei processi produttivi, del ruolo dello Stato.

La proprietà dei capitali non è più immediatamente la stessa dei mezzi di produzione e meno che mai, nelle moderne Public Company o nelle grandi aziende, coincide con il personale adibito alla gestione e organizzazione dell'impresa. Il settore creditizio è il grande mediatore fra risparmio ed investimento.Migliaia di professionalità valutano e seguono i progetti delle imprese ed il loro andamento sul mercato.

I processi produttivi si sono complicati e così anche il lavoro è diventato sempre più portatore di professionalità, trasformandosi da pura merce in risorsa umana. La tecnologia non è più esterna all'azienda. Spesso al suo interno ampi settori di ricerca e sviluppo si occupano dell'innovazione tecnologica. Quasi tutte le attività sono ormai organizzate e non frutto del genio del singolo.

Tutto questo per affermare che oggi la combinazione dei diversi fattori di produzione si realizza unicamente in un luogo di sintesi che è l'impresa. E' questo il nuovo soggetto sociale. In esso si combinano armonicamente i fattori produttivi: capitale, lavoro, conoscenza,grazie all'azione di persone che, nei diversi ruoli, contribuiscono al successo dei progetti e delle attività Troviamo gli imprenditori accanto ai managers dei diversi settori aziendali, accanto al personale inquadrato ognuno in base al proprio percorso professionale, accanto anche all'organizzazione sindacale e questa enorme macchina deve riuscire a fare in modo che i fattori produttivi a lei affidati siano combinati nel modo migliore e più produttivo.E' credo esperienza comune capire che, in questa   realtà, è interesse della stesa impresa che anche l'ultimo lavoratore si senta parte di un percorso comune e ritenga possibile ed utile la sua crescita professionale. In cosa consiste quindi il processo di produzione di valore? E' forse appannaggio di una sola categoria di persone o è invece il risultato dell'opera sinergica dell'impresa?  E se condividiamo tutto questo ha ancora senso parlare di sfruttamento, d'alienazione e di lotta di classe?

Ne possiamo parlare ancora se il processo dell'impresa è improntato all'ineguaglianza, al malaffare, alla corruzione. Il profitto a questo punto, pur presente, non può rappresentare l'unico strumento valido per valutare la capacità e l'efficienza di un'impresa. E' necessario valutare i suoi comportamenti sociali, la sua organizzazione interna, la politica di valorizzazione del personale, la politica retributiva ecc. Ricordiamoci sempre che le imprese del malaffare hanno utili e profitti spaventosi realizzati grazie all'uso sistematico della violenza sulle persone e sulle cose.

In che senso dunque può intervenire lo Stato?

Come garante dell'armonia dell'utilizzo delle risorse nel rispetto dei diritti e delle regole stabilite dalla comunità con le sue leggi.Lo Stato pertanto si fa garante non solo del rispetto dei diritti dei lavoratori e della corretta utilizzazione dei fattori produttivi ma anche dell'impatto che l'impresa ha sulla società di cui fa parte. Impatto ambientale e sociale complessivo.

Tutte le attività devono essere libere purché, come recita l'art. 41 della Costituzione, siano svolte all'interno dell'interesse pubblico.

Lo Stato può limitarsi a fare da regolatore del mercato per evitare fenomeni di monopolio, oligopolio e mantenerne quindi le condizioni il più possibile vicine alla concorrenza perfetta? No, questa condizione è necessaria ma non sufficiente. Lo Stato ha anche il compito d'individuare, dopo aver raccolto la richiesta politica dei cittadini, tutte quelle attività svolte in oltraggio alla persona umana ed alla sua dignità e proibirle sia in termini di metodologia del lavoro che come tipologia di produzione o servizio. Lo Stato, inoltre, se deve poi lasciare piena libertà al mercato, rinunciando ad una programmazione impositiva delle attività, può agire con lo strumento degli incentivi e disincentivi. In alcuni casi operando o programmando direttamente su tutti quei settori che sono individuati come " Beni o servizi comuni". Non ritengo che lo Stato debba in questi casi avocare a se tutte le attività, queste possono essere svolte anche da privati. L'importante è che la programmazione e gli obiettivi del settore siano stabiliti dallo Stato e siano vincolanti per tutti gli attori. Parliamo pertanto di un'economia libera, ma sottoposta all'interesse della società cui appartiene. Un economia sociale che utilizza lo strumento del mercato e se del caso anche quello dell'azione pubblica.

Lo Stato ha quindi la funzione di trasmettere gli obiettivi complessivi che l'insieme dei cittadini, grazie all'espressione politica, comunicano ai propri governanti. Obiettivi di sviluppo armonico della società e delle condizioni di vita delle persone, nel rispetto della dignità e libertà del singolo.

Può quindi una comunità non affrontare l'altro tema centrale riconosciuto nella carta costuttuzionale? Può cioè accettare l'inosservanza del diritto al lavoro? Può permettere che questo diritto sia compromesso dalle fasi congiunturali o dall'evoluzione negativa dell'economia? Avremo diritto al lavoro solo in condizioni d'abbondanza? E in quelle di povertà? Il lavoro sarà un lusso di pochi ,come si cantava nelle canzoni popolari operaie del primo Novecento ? O tutto quello che c'è va intanto distribuito il più possibile? Nessuno può ritenere che il lavoro sia una condizione non sempre possibile. E' vero il contrario il lavoro è l'unica condizione che DEVE essere sempre possibile, al di fuori delle evoluzioni economiche di una società. In questo caso, grazie alla redistribuzione fiscale e al credito debbono essere assicurate condizioni minime di lavoro per tutti. Più che un reddito di cittadinanza, un reddito minimo di lavoro. Lo Stato deve agire come datore di lavoro d'ultima istanza nei confronti della disoccupazione di lunga durata per cui non si sono realizzate le condizioni per l'inserimento, con ammortizzatori sociali legati ad una prestazione lavorativa di base che dia almeno la possibilità di vivere e con alloggi popolari che consentano di avere un tetto per tutti. Su questi punti e sulle politiche sociali vi  è stata una relativa superiorità dei regimi socialisti.In un periodo di profonda crisi come questo l'attività minima può essere proprio quella edilizia: la costruzione di case popolari, di nuove carceri e di centri d'accoglienza per gli immigrati   realizzate da disoccupati, carcerati ed immigrati. Ognuno di questi con un diritto di prelazione sull'assegnazione di quello che ha contribuito a costruire.

Oggi la rendita immobiliare e finanziaria  ottengono una fetta troppo grande del PIL ed in qualche modo rendono più difficoltosa la vita di chi lavora. Una riduzione degli affitti  del 30/ 40%   consentirebbe a molti giovani lavoratori precari di tentare una vita autonoma e di provare a farsi una famiglia. Una seria concorrenza da parte di un'agenzia dello Stato a cui i  proprietari di appartamenti  potessero conferire i propri immobili per l'affitto, accettando  un reddito più basso in cambio della sicurezza del fitto e della piena disponibilità del bene, in caso di bisogno, sarebbe possibile e produrrebbe un effetto " calmiere"sul mercato. La stesa agenzia potrebbe utilizzare la manodopera di cui parlavo prima per avviare un importante piano di case popolari sul territorio o per ristrutturare allo  scopo parte del  patrimonio immobiliare pubblico.

Anche il settore finanziario deve essere maggiormente tassato su tutte le operazioni speculative, Si deve estendere anche in Europa e in Italia  il tentativo di riforma  che il progetto Volker sta realizando negli USA con la separazione dell'attività  d'investimento da quelle  commerciali e di erogazione del credito. Si deve dare respiro a tutti i titolari di operazioni di debito a mlt ristrutturando il capitale residuo  su tempi  significativamente più lunghi, predisponendo  un provvedimento  in tal senso  e riducendo il più possibile il tetto  massimo degli "spreads" applicabili  sui tassi di riferimento.

Per concludere   desidero sottolineare  come  l'economia e l'organizzazione sociale moderna  vedano nella sinergia fra impresa e Comunità –Stato  il circolo virtuoso per lo sviluppo.Altrettanto importante è la nostra collocazione internazionale.Siamo di fronte ad una società globalizzata e non possiamo  rinunciare all'unica possibilità che abbiamo oggi d'incidere in qualche modo, grazie all'appartenenza alla Comunità Europea. E' importante che si stabiliscano delle regole di reciprocità all'interno delle Nazioni, che si prendano opportuni accordi sulle regole dei commerci, sul rispetto dell'ambiente, sui diritti della persona e del lavoro per evitare  danni comuni e la concorrenza sleale.  Solo in una dimensione europea oggi possiamo sperare di avere una presenza   efficace nel mondo.

 

 

 

 

mercoledì 11 dicembre 2013

Con sudore e lacrime

Un nuovo corso per il PD, e speriamo anche per il nostro paese, inizia dal risultato delle primarie dell'otto dicembre 2013.

Dopo un anno d'attesa, Matteo Renzi conquista la carica di Segretario del più grande partito progressista italiano, con oltre il 67% dei voti ed un forte distacco rispetto ai suoi concorrenti: Cuperlo e Civati.

Il primo discorso del nuovo Segretario ha avuto i toni della determinatezza e della voglia di un cambiamento radicale, espressi con la forza di una giovane generazione che chiede di poter scrivere una propria pagina di storia.

Subito, un rinnovamento istituzionale e della politica che permetta il risparmio di un miliardo d'euro. L'abolizione del Senato, di metà dei parlamentari e delle Province. Subito, la riforma della legge elettorale. Subito, ancora, una riforma degli ammortizzatori sociali che consenta, finalmente, una tutela generalizzata per tutti coloro che rimarranno senza lavoro, insieme con un percorso di reinserimento. Subito, una sburocratizzazione della macchina statale, delle regole del lavoro ed un'ulteriore riduzione del cuneo fiscale che rendano una vita più facile per chi voglia fare impresa ed attirino maggiori investimenti dall'estero.

Sembra un quadro radicalmente nuovo della nostra politica, caratterizzata, da sempre, dal mantenimento di rapporti di forza alla fine paralizzanti e contrari ad ogni cambiamento.La situazione è grave e lo dimostra la presenza, proprio in questi giorni, di una diffusa e pesante protesta che un rinnovato movimento dei Forconi " rimpolpato" da altre associazioni, gruppi e categorie, sta portando in tutto il territorio italiano. I toni e le azioni di questi movimenti risultano pesanti per la vita dei cittadini e inutilmente radicali; come se, distruggere tutto o chiedere l'occupazione delle istituzioni (da parte di chi? E veramente a questo punto con quale legittimazione!) avesse una qualche possibile utilità sia per chi protesta che per il resto della popolazione.

Pesanti sembrano in questi giorni gli atteggiamenti di un'opposizione che, da Grillo a Berlusconi, civetta irresponsabilmente, per proprio calcolo, con certi atteggiamenti estremistici, antistituzionali ed antieuropeisti.

Quanto dovremo dolercene!?!

La strada del cambiamento realizzata attraverso la responsabilità, la partecipazione ed il duro lavoro, prospettata da Renzi ai suoi elettori ed al Paese, è certamente meno affascinante; ma, come sempre, non ci sono scorciatoie.

L'Italia ha bisogno di rialzare la testa, di ritrovare la strada della crescita, di riscoprire le proprie eccellenze ed offrire alle nuove generazioni la speranza di un futuro basato sulla dignità del lavoro, del merito e della persona.

Tutto questo non accadrà senza sforzo; ma, con sudore e lacrime.

 

 

 

venerdì 6 dicembre 2013

Problemi e vantaggi della rivalutazione delle quote della Banca d'Italia


 
Il decreto legge, a firma del Ministro Saccomanni, di fine novembre avente per oggetto la rivalutazione delle quote di Banca d'Italia, nonostante abbia ricevuto il consenso da parte del Senato, sembra suscitare osservazioni e perplessità non solo da parte di vari commentatori nazionali ma anche in sede internazionale.
 Il 5 dicembre Mario Draghi, interpellato sull'argomento, ha risposto che "l'opinione della BCE non è ancora stata adottata". Il parere consultivo della BCE, necessario comunque per poter procedere, sembra si sia fermato di fronte alle osservazioni in merito preannunciate da una Banca Centrale Nazionale dell'Eurozona. Il dibattito appare particolarmente critico in Germania, dove si fa presente che l'operazione rappresenterebbe un artificio contabile, che consentirebbe alle Banche italiane di beneficiare di migliori indici patrimoniali in vista dell'esame che nei prossimi mesi la BCE farà sul sistema bancario europeo, prima di iniziare la sua nuova opera di vigilanza diretta.
Vediamo in cosa consiste l'operazione e quali sono i problemi presenti.
Il decreto legge prende spunto dalle indicazioni contenute nel documento "Un aggiornamento del valore delle quote di capitale della Banca d'Italia", redatto con l'ausilio del Comitato d'esperti formato dai professori Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi. Lo stesso, oltre a determinare il possibile valore di rivalutazione delle quote di capitale in ca. 7 miliardi, utilizzando a tal fine una parte delle riserve statutarie, si preoccupa di sottolineare come sia necessario preservare il modello della Banca, caratterizzato dalla proprietà privata del capitale, che consente alla stessa di mantenere la piena indipendenza da possibili pressioni politiche ed istituzionali. La sua struttura di "governance", inoltre, garantisce che, a loro volta, i detentori delle quote non abbiano la possibilità d'influire sulla politica pubblica della Banca.
Il documento tuttavia sottolinea la necessità che l'assetto azionario vada rivisto per tre motivi:
a)      perché i processi di concentrazione avvenuti negli ultimi anni hanno accresciuto la percentuale delle azioni detenute dai gruppi bancari più grandi
b)      per evitare l'applicazione della legge n.262 del 2005, mai attuata, che pone il trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca. "L'equilibrio che per anni ha assicurato l'indipendenza dell'Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche, non va alterato"
c)      per modificare le norme che disciplinano la struttura proprietaria, al fine di chiarire che i partecipanti non hanno diritti economici sulla parte delle riserve della Banca riveniente dal signoraggio, poiché quest'ultimo deriva esclusivamente dall'esercizio di una funzione pubblica (l'emissione di banconote) attribuita per legge alla banca centrale.
Ogni ambiguità su tale questione va rimossa, definendo con chiarezza i diritti economici.
 
Questi punti sono stati ripresi e in parte fatti propri dal provvedimento a firma Saccomanni e riassunto nel comunicato del Consiglio dei ministri che dice:
"Al fine di assicurare alla Banca d'Italia un modello di governance che ne rafforzi l'autonomia e l'indipendenza, nel rispetto dei Trattati Europei, il decreto legge stabilisce nuove norme riguardanti il capitale e gli organi dell'istituto.
La Banca d'Italia viene quindi autorizzata ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie sino ad euro 7,5 miliardi. La Banca potrà distribuire dividendi annuali per un importo non superiore al 6% del capitale.
Ciascun partecipante al capitale non potrà possedere - direttamente o indirettamente - una quota di capitale superiore al 5%. Per favorire il rispetto di tale limite, la Banca d'Italia potrà acquistare temporaneamente le quote di partecipazione in possesso d'altri soggetti.
Il decreto amplia il novero dei soggetti italiani ed europei che possono detenere quote del capitale della Banca d'Italia. I soggetti autorizzati saranno quindi: banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi fondi pensione.
Per effetto di questa modifica normativa, le banche potranno essere autorizzate ad includere le quote nel patrimonio di vigilanza, rafforzandone la base di capitale."
L'urgenza del provvedimento, che il Governo intende rendere operativo entro l'anno, ha un effetto duplice: da un lato contribuisce all'obiettivo di una maggiore patrimonializzazione del sistema bancario italiano e dall'altro produce una possibilità d'incasso fiscale immediato allo Stato d'importo rilevante (ca. 1 miliardo), tassando le plusvalenze realizzate dalla banche. Queste, dal canto loro, non avrebbero il vantaggio costituito solo dalla rivalutazione delle quote possedute; ma, otterrebbero nel tempo una maggiore remunerazione del capitale grazie a dividendi che potrebbero arrivare a ca. il 6% del patrimonio della banca e cioè ca. 420 milioni di euro. C'è poi la questione del limite del 5% al possesso di quote di proprietà del capitale della Banca.
Nell'allegato al documento succitato sono elencate le partecipazioni presenti alla data del 15 luglio da cui si evince che attualmente i seguenti istituti superano la quota del 5%: Banca Intesa che detiene il 30,30%, Unicredit il 22,10 %, Assicurazioni generali 6,30, Cassa Risparmio di Bologna (Gruppo Intesa) 6,20%. Per mantenere pertanto il tetto del 5% i suddetti istituti dovranno cedere le quote in eccedenza e qui viene in loro soccorso il decreto legge che prevede la possibilità per la Banca d'Italia di riacquistare provvisoriamente queste quote, provvedendo poi a piazzarle sul mercato.
E' anche per questo motivo che Saccomanni ha sottolineato più volte il nuovo carattere da " Public Company" assunto dalla Banca d'Italia, con quote cedibili e appetibili dal mercato grazie anche al loro rendimento. Da questa cessione il Gruppo Banca Intesa dovrebbe ricevere in prima battuta da Banca d'Italia qualcosa come ca. 2,2 miliardi; mentre, Unicredit ca. 1,2miliardi. Come avverrà il pagamento? S'iscriverà come rapporto di debito/credito in attesa del perfezionarsi della ricollocazione delle quote possedute a quel punto da banca d'Italia sul mercato?In ogni caso, fino a quel momento, non può non considerarsi un effetto negativo immediato sull'ammontare del debito pubblico. Rimane discutibile inoltre il fatto che a beneficiare particolarmente di un aumento di risorse saranno due dei maggiori gruppi bancari italiani a fronte di acquisti da parte dei loro concorrenti. Chi saranno poi gli acquirenti? Sarà possibile mantenere un carattere nazionale o almeno europeo dell'Istituto?
Si pongono inoltre immediatamente alcune altre osservazioni:
1)      A che serve mettere a rischio la nazionalità dell'Istituzione? Siamo certi che il carattere privato della proprietà escluda possibili rischi d'influenza sull'azione per esempio di vigilanza, anche se questo processo sta per essere accentrato dalla BCE ?
2)      Perché dare un tale livello di dividendi (sino a 420 milioni di euro) ai privati? Utili che sono connessi allo svolgimento di un'attività pubblica?
3) perché non si definiscono con chiarezza i valori della Banca e quelli in custodia?
 
Forse si sarebbe dovuto affrontare il problema con maggiore tranquillità e senza la fretta di dover provvedere alla copertura immediata di provvedimenti promessi ( IMU?) o del livello del deficit pubblico.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

domenica 10 novembre 2013

BCE e credito alle imprese

 

 

La recente misura, di riduzione del costo del denaro allo 0,25%, stabilita dalla Banca Centrale Europea   è stata vista con generale consenso da parte di tutti gli osservatori. E' il livello più basso, mai attuato in ambito europeo, e testimonia la volontà della BCE di tentare, in ogni modo, di dare una spinta alla crescita, spezzando le prospettive di una sostanziale stagnazione del sistema economico.

Dopo le precedenti manovre LTRO,   è possibile che questa misura sia preparativa di una nuova operazione che tenti di arrivare questa volta al finanziamento delle imprese.

Il sistema bancario, ed in special modo quello dei paesi del Sud Europa, ha, infatti, poco utilizzato le passate operazioni per allargare il credito alle imprese; utilizzandolo, al contrario, da una parte per intervenire in aiuto della collocazione del debito pubblico dei singoli Stati nazionali e dall'altro per tamponare i propri problemi d'immediata liquidità, riducendo il costo della provvista.

Il mercato interbancario è ancora  troppo condizionato dal rischio Paese ed il  Credit Default Swap  delle Banche  del Sud Europa  condiziona fortemente il loro costo della provvista.

L'alto livello di rischiosità dei finanziamenti, legato alla difficoltà generale del quadro economico, scoraggia poi l'erogazione del credito, con un ulteriore effetto depressivo sull'attività delle imprese

Tre problemi   si pongono quindi perché il sistema bancario  ritorni a svolgere un ruolo di grande polmone del credito e quindi della ripresa economica  dell'area:

 

1)    il prezzo della provvista;

2)     il problema della consistenza patrimoniale e dell'adeguato rapporto fra volume complessivo dei prestiti   e la riserva d'obbligo prevista sia dai criteri di Basilea che dall'EBA;

3)    rischiosità del prestito, all'interno di un  quadro di riferimento economico difficile, e obbligo di allargare i criteri di concessione (ad esempio anche in presenza di perdita  economica dell'esercizio precedente), tendendo conto dell'obiettivo del rafforzamento dell'equilibrio finanziario delle imprese

 

La possibile decisione di una nuova operazione di finanziamento della BCE al sistema bancario, a tassi ulteriormente ridotti  e finalizzato al prestito alle imprese,  può essere importante per aggirare il problema complessivo del costo della provvista;  ma; perché questo  costo ridotto possa arrivare sino al finanziamento dell'impresa e del consumo, è necessario che la Banca  possa  avere quei parametri patrimoniali che le consentano di operare.

Pensare di sottostare ai tempi di una progressiva patrimonializzazione, avrebbe dei tempi troppo lunghi per essere efficaci.

La strada alternativa può essere quella di combinare il prestito della BCE al sistema bancario a quello, ben maggiore,  nei confronti di un organismo europeo  in grado a suo volta di erogare direttamente il credito alle imprese: La Banca Europea degli Investimenti.

La stessa, oltre a ricevere direttamente un prestito  dalla BCE, dovrebbe a sua volta godere di un'adeguata ricapitalizzazione da parte del bilancio europeo  per consentirle di assumere i rischi d'insolvenza legati alla concessione del credito.

Prendendo ad esempio le modalità dell'ultima operatività della legge 488 in Italia, con le modifiche suggerite dall'allora ministro Tremonti, si potrebbe ipotizzare che, fatto cento l'ammontare complessivo del finanziamento da concedere ad un'impresa di un qualsiasi Paese europeo,  il 60% venga erogato direttamente dalla BEI, al tasso agevolato concesso dalla BCE più lo 0,25%, condizionato   all'erogazione d'ulteriore  finanziamento concesso in proprio dalla Banca a cui il cliente finale si è rivolto, per il rimanente 40%.

Tale Banca agirebbe pertanto  come valutatore complessivo del cliente ma avrebbe a proprio carico solo  il rischio relativo alla  parte del finanziamento erogato. Potrebbe  utilizzare inoltre  il prestito messole a disposizione dalla BCE a tasso particolare.A fronte di tale utilizzo, la Banca  avrebbe  l'obbligo di applicare uno scarto a proprio favore compreso fra lo 0,50%. e il 2%, in base alla rischiosità del cliente

Dal punto di vista patrimoniale questo 40%, a rischio pieno della Banca, potrebbe essere ridotto ulteriormente con l'intervento  ad esempio di Fondi di garanzia messi a disposizione dai singoli Stati nazionali. Tale intervento ridurrebbe la necessità della riserva d'obbligo, in quanto il rischio coperto dal  suddetto Fondo di garanzia  verrebbe conteggiato a valore zero.

Ipotizzando ad esempio un intervento del 50% di un Fondo di  garanzia, il rischio a carico della Banca sul finanziamento, posto 100, che arriva all'impresa, sommando quello della BEI più quello della stessa Banca, sarebbe in realtà del 20%.

A fronte di questo ammontare, la riserva d'obbligo necessaria non supererebbe prudenzialmente in ogni caso il 15%.

In sostanza, l'impegno del patrimonio della banca  del singolo Stato nazionale, a fronte di un finanziamento complessivo per un'impresa pari a 100, sarebbe di ca. il 3%.

Presumibilmente l'impegno reale finanziario per il singolo Stato nazionale, a fronte del possibile rischio d'insolvenza dell'operazione garantita, potrebbe ammontare allo stesso 3%.

Se ipotizzassimo pertanto un operazione di complessivi mille miliardi  il peso sui diversi Stati nazionali dell'area euro ammonterebbe a complessivi ca. 30 miliardi.

Lo stesso potrebbe essere considerato in termini di patrimonializzazione per il sistema bancario;  mentre, il peso più grosso  andrebbe a carico della BEI. Anche in questo caso,  considerato un necessario incremento del patrimonio responsabile pari al 15%  del rischio a carico, l'intervento  a carico del bilancio comunitario sarebbe di  ca. 105 miliardi,  che porrebbero essere recuperati   attraverso un'adeguata rimodulazione  dei fondi stanziati. 

E' una strada possibile? Noi pensiamo di si,  Anche se non semplice e priva di difficoltà e di possibile resistenze. Soprattutto, consentirebbe all'intero quadro economico europeo di ritornare ad usufruire di una spinta propulsiva da parte del credito  per l'investimento, oggi paralizzato dai problemi suesposti.

La ripresa della domanda aggregata  sospinta in primo luogo dagl'investimenti produttivi e quindi dall'occupazione conseguente e dalla ripresa dei consumi  potrebbe spezzare il circolo vizioso in cui siamo entrati. Tutto ciò è realizzabile con l'impegno di tutti ed avrebbe  il pregio di non prescindere dall'assunzione del rischio e della responsabilità da parte d'ogni singolo attore del processo.

 

 

 

venerdì 1 novembre 2013

Alcune questioni del dibattito politico

 

 

Quando, in una qualsiasi situazione, la classe dirigente perde la sua autorevolezza, si crea, inevitabilmente, un vuoto di potere e di proposta. Spesso, non è che, a questo punto, all'interno della popolazione e nel dibattito politico si presentino solamente soluzioni ragionevoli, volte al superamento dei problemi comuni; al contrario, quello che accade spesso è la perdita del senso dell'appartenenza ad una stessa comunità e l'arroccamento in un corporativismo antagonista.

 L'un contro l'altro armati, con un atteggiamento sostanzialmente persecutorio.

Nessuna capacità di crescita a partire dall'individuazione e superamento dei limiti della comune organizzazione sociale; bensì, l'individuazione, di volta in volta, delle persone o delle situazioni responsabili del nostro malessere. In tutto questo, spesso vengono individuati problemi reali; ma, quello che tende ad essere disconosciuto è il patto sociale all'interno di cui muoversi. Non a caso, ogni giorno vediamo, da parti anche diverse e su posizioni contraddittorie, il continuo richiamo al cambiamento della Costituzione. Vale a dire del patto fondativo della nostra comunità. Le tavole della legge, direbbe Mosè agli adoratori del " vitello d'oro".-

In base a quale nuova immagine comunitaria, condivisa si dovrebbe procedere a questa modifica?

E' del tutto evidente che il progetto di una nuova comunità, i cui valori fondanti siano comunemente condivisi, è totalmente assente e diventa pericoloso, oltre che fuorviante, pensare che, attraverso un'accelerazione del cambiamento costituzionale, si possano risolvere problemi come il rapporto fra cittadini ed Istituzioni o l'individuazione di nuovi principi di cittadinanza.

Il dibattito invece rischia di scivolare allegramente verso il superamento dello Stato di diritto e dei principi che garantiscono le minoranze; oltre che   tutti coloro che sono individuati come responsabili d'ogni problema dal delirio d'onnipotenza della maggioranza.

D'altra parte è tuttavia vero che i problemi del nostro paese si aggravano, l'azione del Governo appare indecisa ed insufficiente, condizionata com'è dalle diverse appartenenze.

Non si riesce a trovare l'accordo su quella che era stata indicata da Napolitano come una delle prime riforme d'attuare: quella elettorale. Riforma necessaria per garantire la governabilità e la scelta del personale politico da parte degli elettori. In assenza, il pericolo del ritorno alle urne è che questo avvenga riproponendo l'attuale situazione d'ingovernabilità e continui a concedere alla classe dirigente dei partiti la possibilità di scegliere i candidati, operando un forte condizionamento sugli stessi.

La riforma tarda a materializzarsi; ma, nel frattempo. di fronte alle difficoltà del Governo a trovare i mezzi finanziari per attuare politiche efficaci, il dibattito si sta indirizzando con larghi consensi da  più parti politiche verso due questioni che mi sembrano fuorvianti.:

a)      utilizzo della possibile dismissione del patrimonio pubblico per finanziare  le manovre economiche

b)       condanna delle pensioni " retributive" indicate come responsabili di una voragine nei conti dello Stato e proposta di una revisione della materia  anche col possibile superamento d'eccezioni d'incostituzionalità.

 

Sul primo punto, presente sia all'interno dell'azione del Governo che nelle dichiarazioni di diverse personalità politiche come Renzi, il dissenso nasce dall'utilizzare la riduzione di un'attività patrimoniale non per  abbattere contemporaneamente  il passivo e cioè il debito pubblico ma per fare cassa da utilizzare in conto economico. Questo è un principio finanziario utilizzabile solo nel caso in cui fosse presente un'eccedenza dell'attivo  immobilizzato rispetto al passivo consolidato. Non è il caso Italiano. In questo caso  l'utilizzo della dismissione del patrimonio pubblico  per fare cassa sarebbe un vero e proprio depauperamento. Il patrimonio pubblico va invece utilizzato per ridurre rapidamente il più possibile dello stock del debito ottenendo maggiori disponibilità economiche correnti grazie al risparmio sui relativi costi finanziari. Si può immaginare  una dismissione immediata, ad esempio, delle case popolari, dandole in opzione agli attuali occupanti  e facilitandoli con mutui della CDP con un  costo pari a quello della raccolta e data quarantennale.Si potrebbero utilizzare immobili, con caratteristiche compatibili,  per trasformarli in ulteriori alloggi da destinare alla vendita. Si potrebbero dare ampi poteri,  per la modifica della destinazione d'uso e la ristrutturazione, ad una società di gestione creata  con lo scopo di valorizzare e vendere il patrimonio pubblico, consentendo  l'ingresso azionario anche ai privati.

Per quanto invece riguarda il secondo punto, c'è da dire che la scoperta dell'insostenibilità del sistema di pensioni retributivo non è una cosa odierna, ma rappresenta la motivazione  che sta alla base di tutte le modifiche di legge apportate, fino all'ultima realizzata da Elsa Fornero. Trattandosi di un terreno delicato e che coinvolge la vita e le aspettative di milioni di persone, il passaggio e la riforma sono state  graduali. Questa scelta è nata dal dovuto rispetto verso diritti consolidati e per il fatto di dover agire in corso d'opera  su persone che potevano aver preso impegni e programmato la propria vita sulla base di quanto era stato stabilito dalle leggi dello Stato. Il criterio seguito fu di prendere come base per il calcolo della pensione  l'anzianità contributiva maturata  alla data del 31/12/1995.
 Da quel momento, la pensione viene  calcolata con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità al 31/12/1995 (e per coloro che esercitarono la facoltà di opzione al sistema di calcolo contributivo) mentre  viene calcolata con il sistema retributivo per tutti coloro che a quella data avevano maturato almeno 18 anni.Dal 1° gennaio 2012, anche a  questi ultimi lavoratori verrà applicato il sistema di calcolo contributivo sulla quota di pensione corrispondente alle anzianità contributive maturate a decorrere dal 1° gennaio 2012. La riforma Fornero, intervenendo anche  con lo spostamento  in avanti  nel tempo dei requisiti per l'entrata in pensione, ha permesso all'Italia di raggiungere una delle sostenibilità migliori del sistema pensionistico all'interno del quadro  europeo.

Quando nel dibattito pubblico,  da Renzi a Civati fino alla Meloni o ad altri esponenti di tutte le correnti politiche,  si critica il privilegio e l'anomalia del sistema pensionistico retributivo,  come se se ne capisse improvvisamente l'insostenibilità; mi sembra che si faccia un 'operazione almeno ritardata di qualche anno. Se si entra nel merito della spesa, è vero che esiste una differenza fra la somma dei contributi versati e i corrispettivi prevedibili che si andranno a corrispondere. E' vero ancora che tutto questo andrà inevitabilmente a carico della fiscalità generale . La questione è tuttavia  parte   delle problematiche presenti nel nostro quadro di riferimento come gli eccessivi costi della politica, la presenza di stipendi  dirigenziali che hanno raggiunto livelli eccessivi  rispetto  al salario operaio ecc ecc. Quello che tuttavia non è fattibile è ritenere di poter procedere senza tener presente la certezza del diritto . E' auspicabile una riqualificazione della spesa pubblica  verso il sostegno delle parti più deboli; ma, bisogna procedere in modo da tenere presente la vita delle persone , i loro impegni e le leggi che ne hanno regolato e ne regolano le attività.In questo senso  perché mai è meno onerosa per la comunità una pensione retributiva rispetto allo stipendio di un magistrato o di un senatore? Qualcuno di noi potrebbe mai desiderare la riduzione dello stipendio di un lavoratore a tempo indeterminato che ha raggiunto un'anzianità di lavoro significativa? No! Il metodo da seguire è diverso e si può realizzare  cristallizzando  la sua retribuzione  , riservandola "ad personam" e riducendo la retribuzione della mansione  a partire dai nuovi addetti .Allo stesso  tempo sarebbe  bene   imputare all'assegno ad personam tutti gli eventuali scatti di carriera e promozioni che si dovessero ottenere da quel momento in poi   fino alla concorrenza dell'importo usufruito. Il problema delle pensioni e degli stipendi d'oro non può poi essere risolto con provvedimenti limitati ad una sola categoria,  privi della necessaria eguaglianza di fronte alla legge , in flagranza di retroattività e sostanzialmente incostituzionali.

No! Semmai, l'unica strada possibile da seguire è quella di chiedere  a tutte le retribuzioni elevate un maggior sacrificio fiscale attraverso un'aumento della progressività dell'imposizione. Tutte le persone con un reddito elevato  comincino a pagare, per la parte eccedente i 75.000 euro, il 60% di aliquota  IRPEF. Il tutto, a parità del peso dell'imposizione fiscale complessiva sul PIL, permetterebbe un trasferimento di risorse di oltre sei mld a favore del lavoro e dell'impresa. In particolare, permetterebbe un'adeguata riduzione del cuneo fiscale per le aziende, aumentandone la competitività complessiva  e consentendo quindi di poter recuperare posizioni sia sul mercato estero che nazionale, facendo ripartire  gli investimenti e l'occupazione . Non è poco e soprattutto sarebbe realizzato all'insegna dell'equità.