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giovedì 17 maggio 2012

Un milione di posti di lavoro

Il Ventesimo Secolo ci ha lasciato una lezione fondamentale circa la necessità di controllare i meccanismi economici del capitalismo che, inevitabilmente, ci conducono verso la concentrazione delle ricchezze ed il monopolio.

La tendenza del capitalismo, inoltre, ad ottenere ricchezza dal denaro scivola con facilità verso la speculazione e la rendita finanziaria, che indeboliscono gradualmente la struttura produttiva della società.

Le bolle speculative, che via via si sono succedute nel corso degli anni, hanno più volte, infatti, messo a dura prova la resistenza delle nazioni, provocando gravi crisi economiche che hanno bruciato in pochi giorni enormi ricchezze, facendo perdere risparmi accumulati negli anni.Nel '900, l'azione degli Stati nella regolamentazione e limitazione delle attività economiche è stata essenziale.

Questo intervento si è realizzato nei diversi paesi assumendo forme differenti ed utilizzando ideologie spesso contrastanti ma unite nell'obiettivo della regolazione necessaria delle forze del mercato. Pensiamo all'azione del New Deal   di Roosevelt negli Stati Uniti d'America o quella del Regime Sovietico in Russia o in Cina. L'azione delle socialdemocrazie nel nord dell'Europa.  .La stessa azione del Fascismo in Italia e del Nazionalsocialismo in Germania assolvono questo compito: la regolazione delle disfunzioni del mercato capitalista per opera dello Stato. L'intervento dello Stato nell'economia.

Tutta la nostra storia del dopoguerra è improntata all'intervento dello Stato nell'indirizzo e regolazione della vita economica.Se da un lato si è cercato di assicurare il regolare svolgimento delle attività economiche, scongiurando il pericolo del monopolio, dall'altro lo Stato è intervenuto con il compito di dare stimolo ed indirizzo allo sviluppo economico cercando, grazie alla politica fiscale, di operare, allo stesso tempo, verso una riduzione delle differenze sociali e territoriali.

Il mondo occidentale, subito dopo la grande depressione della prima metà del '900, decise altresì di regolare opportunamente la finanza separando le attività delle banche d'investimento da quelle di deposito al fine di proteggere strategicamente il risparmio. Dovremmo ritornare ad ascoltare quelle voci del secolo scorso ed intervenire di nuovo con decisione sul sistema finanziario mondiale per ridurre le attività speculative e mettere al sicuro le sudate riserve dei piccoli risparmiatori.

Se da un lato riconosciamo la necessità di limitare gli effetti corrosivi del libero mercato, per quanto riguarda il problema della concorrenza e della finanza, abbiamo forse tralasciato di ricordare il carattere strutturale di un altro problema che accompagna il modo di produzione capitalistico: la costante presenza di una percentuale della popolazione disoccupata ed inoccupata.

Questo aspetto costituisce un fattore di disagio sociale e rappresenta lo spreco di uno dei fondamentali fattori di produzione. Così come il capitale, anche il lavoro andrebbe costantemente e totalmente utilizzato e quando questo non avviene siamo in presenza di una disfunzione nel funzionamento del sistema economico di una società.

Nei momenti di profonda crisi economica sociale si può osservare come, in passato, diversi sistemi politici abbiamo dato allo Stato il compito di datore di lavoro d'ultima istanza. Accadde con sistematicità all'interno dei sistemi sovietici   ma anche all'interno dei regimi fascisti e nazisti. L'esperienza fu anche essenziale nell'ambito del New Deal americano.

L'utilizzo pieno del fattore lavoro ha una rilevanza sociale determinante perché si riferisce alla piena partecipazione del cittadino alla società di cui fa parte. La nostra Costituzione sancisce questo principio nell'art.4 che recita:

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società."

E' questo forse l'aspetto più bello della proposta socialista insieme a quella di mettere al primo posto dello sviluppo di una società il benessere dei ceti popolari. Non esiste dignità del cittadino senza il lavoro e obiettivo di ogni democrazia dovrebbe essere appunto quello di garantire la piena occupazione ed intervenire con la struttura della Pubblica Amministrazione come datore di ultima istanza quando il sistema economico "inceppato" non riesce momentaneamente a produrre lavoro..

Alla luce di quanto stiamo esaminando la copertura finanziaria dell'operazione rappresenta un falso problema e può essere fuorviante rispetto alla questione decisiva rappresentata dall'esigenza di assicurare a tutti i cittadini la dignità fondamentale necessaria per partecipare a pieno titolo al consesso sociale.

La stessa esistenza dello Stato nasce dalla necessità di assolvere alcune funzioni fondamentali non demandabili e quella del lavoro è fra queste.

Per questo motivo e sulla base di queste premesse, va sottolineata l'importanza della recente proposta di Luciano Gallino tesa a far sì che, nell'attuale situazione italiana, il nostro Governo riproponga l'esperienza della  Works Progress Administration del New Deal americano con l'obiettivo di realizzare un milione di nuovi posti di lavoro.

Occorre in sostanza che lo Stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone.

Le modalità descritte da Gallino sono sostanzialmente condivisibili e comunque perfezionabili ma costituirebbero una ventata di novità e di speranza  all'interno di  quel clima asfittico e  privo di certezze che affligge le nuove generazioni.

La proposta trova la sua collocazione all'interno del dibattito sull'introduzione in Italia  del reddito di solidarietà attiva e di efficaci ammortizzatori sociali.

Se riuscissimo ad unire a questa proposta una definitiva riforma del lavoro  che vada nel senso della riduzione drastica del precariato  e di un'effettiva mobilità del lavoro verso gli impieghi più produttivi, avremmo posto le basi per un mutamento più ampio della nostra società.

Le principali obiezioni sorte  nei confronti di questa ipotesi si sono particolarmente concentrate sulla  sua sostenibilità finanziaria  calcolata dallo stesso Gallino per un ammontare di ca. 25 mld annui

A questo proposito mi piacerebbe invece effettuare   alcune considerazioni  con lo scopo di far notare come non sia assolutamente  "insensato" parlare  della creazione di un milione di nuovi posti di lavoro a carico dello Stato.

Il "Fiscal Compact" da approvare  entro il gennaio 2013  da parte del Parlamento Italiano impone all'Italia  un rientro  del debito  pubblico entro i parametri del 60% del PIL  in un  arco di venti anni  con una spesa annua, calcolata allo stato attuale, di ca. 45/47 mld.

Chi ha detto che non si possa rientrare in 40 anni con un risparmio annuo tale da finanziare  il milione di posti di lavoro? Siamo certi che le motivazioni poste alla base della necessità di rientro siano così ineludibii e non dipendano dalla debolezza della costruzione europea? Non è che i problemi stanno altrove? 

Chi può escludere che, in determinati periodi, una maggiore crescita non consenta un abbattimento maggiore del rapporto del debito sul PIL tale da recuperare l'eventuale ritardo iniziale?

Perché non possiamo prevedere una spesa minore per la creazione dei posti di lavoro? Non possiamo ipotizzare un salario di massimo 700 euro con una spesa annua di ca. 15.000 euro? 

In questi giorni il PD sta per proporre una patrimoniale del valore di ca. 8 mld per ridurre il peso dell'IMU. Perché mai invece i soldi non potrebbero essere utilizzati per il lavoro?

Dall'eliminazione delle spese per la politica si potrebbero tranquillamente ottenere ca. 1/2 mld annui. Ne vogliamo parlare?

Dalla lotta all'evasione fiscale si possono ottenere almeno ca. 5 mld annui. E' plausibile?

Dallo spending review probabilmente si può recuperare qualcosa o no?

Chi l'ha detto che i servizi sanitari, scolastici ecc non possano aumentare il proprio costo nei confronti degli utenti più abbienti quando sono in ballo problemi come questo? 

Si possono  portare centinaia di altri esempi per sostenere che paradossalmente  la questione è che bisogna cambiare, in questo caso, i parametri di valutazione con cui siamo abituati a ragionare  perché il consesso sociale ha bisogno  di questo cambio di passo.

 

Il problema  non è  di natura economica, ma politica.

Cosa è meglio  fare? Non pensate  che sia dirompente, in una situazione in cui oltre il 30% dei nostri giovani è disoccupato e scoraggiato, fare una mobilitazione attorno ad un obiettivo di questo genere?

Certo, è da evitare una  creazione definitiva di posti di lavoro a carico dello Stato. Sarebbe meglio che questa proposta fosse in realtà  una via di mezzo fra un ammortizzatore sociale ed un lavoro stabile definitivo,  ponendo la clausola  che questo "lavoratore" non possa in ogni caso rifiutare qualsiasi proposta di lavoro a tempo indeterminato gli fosse offerta dal settore privato.

Resta il fatto che la proposta sembra andare in una direzione corretta.

C'è poi da riaffermare, anche  contro l'obiezione ci carattere economico,  il ruolo teorico e strategico del concetto dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza. La questione non può essere liquidata con la motivazione della mancanza della copertura finanziaria perché abbiamo visto  che il problema non è costituito dal fatto  che manchino le risorse, ma se sia giusto  o no spenderle su questo obiettivo.

Se ci mettiamo dal punto di vista della società nel suo complesso e dalla parte degli ultimi, se si inceppa il funzionamento economico  per il migliore utilizzo delle risorse disponibili (capitale, lavoro, conoscenza ecc) c'è qualcosa che non va  e lo Stato ha il DOVERE d'intervenire, anche come datore di lavoro di ultima istanza, ridefinendo la propria spesa e i propri impegni.Non è il debito pubblico o il costo interessi  ad aver bloccato da venti anni la nostra produttività  e la nostra crescita ma la finanziarizzazione dell'economia, la corruzione, la burocrazia, la concentrazione delle ricchezze, il prevalere della rendita sulla produzione ecc.ecc.

Occorrono a tutti i livelli elementi di discontinuità.

 

 

martedì 8 maggio 2012

Il vento del cambiamento

 

In tutta Europa le recenti consultazioni elettorali hanno registrato l'affermarsi di movimenti che hanno modificato l'asse del potere politico esistente. In Grecia, i partiti, che hanno avuto la responsabilità di governo negli ultimi anni, hanno subito un pesante ridimensionamento a favore di forze emergenti sia di sinistra sia d'estrema destra, accomunate da una critica profonda rispetto alla responsabilità dei precedenti governanti e ad una critica aspra rispetto agli impegni assunti nei confronti delle autorità europee e del FMI. In Francia, dopo ca. 19/20 anni, la sinistra ritorna al potere al grido d'eguaglianza e gioventù, promettendo interventi contro la finanza e i redditi più elevati e nuove politiche per la crescita. In Italia, pur in occasione di elezioni di carattere amministrativo, assistiamo alla quasi implosione dei partiti tradizionali con la sola eccezione dei candidati della sinistra, scelti attraverso il meccanismo delle primarie di coalizione, e al risultato non allineato di Palermo, dove Orlando si è messo di traverso. La grande esplosione di consensi è arrivata invece a favore del movimento cinque stelle che, in alcune situazioni particolari, ha raggiunto consensi che sfiorano il 20%. Un sondaggio presentato durante la trasmissione Ballarò mostra una preferenza possibile, alle prossime elezioni politiche,  per il movimento pari a ca. il 15% degli intervistati.

Siamo in presenza di un forte vento di cambiamento che si è alzato in tutto il continente europeo, ma che, in Italia, assume in particolare l'aspetto di una profonda contestazione dell'attività politica espressa dai partiti tradizionali e prefigura nuove forme di partecipazione dei cittadini alle istituzioni. Quello che è in crisi non è solo il modello "partito" ma anche il sistema di rappresentanza e di delega politica che conosciamo. Il cittadino ritiene, infatti, di avere degli strumenti maggiori rispetto al passato di comunicazione e di aggiornamento tali da poter partecipare in maniera diversa alla vita della "polis" e desidera pertanto non delegare più totalmente, come in passato, l'attività politica ad un corpo specializzato di professionisti privi di un adeguato confronto e controllo da parte della società civile.Tutto ciò si è rafforzato sull'onda anche degli scandali sull'utilizzo dei finanziamenti pubblici, che hanno provocato una diffusa sensazione di disagio, se non addirittura d'indignazione.

Quello che unisce questi diversi movimenti, presenti in tutto il continente europeo, sembra essere la presenza di due questioni:

1)  una voglia di democrazia  e di partecipazione  che, a partire dalla propria condizione, valuta la congruità dell'offerta politica dei partiti tradizionali e delle politiche dei governi sino ad arrivare alle problematiche connesse all'integrazione europea. Non sfugge a questa richiesta di cambiamento, come abbiamo accennato, né la classe dirigente dei partiti, né gli strumenti di rappresentanza a disposizione del cittadino e le modalità del loro utilizzo. All'interno di questo processo possiamo ritrovare in Italia le critiche alla legge elettorale, alla forma giuridica dei partiti, al finanziamento pubblico, la richiesta recente della formazione di un soggetto politico nuovo, l'affermazione ampia del movimento cinque stelle. A livello europeo questa richiesta di partecipazione e di democrazia diretta si salda con una critica alle politiche governative che sembrano eterodirette sulla base di una subordinazione alle direttive delle istituzioni europee di cui non si riconosce probabilmente la vicinanza e la democraticità.

2)           il prevalere di un processo di proletarizzazione della società che riporta in primo piano  la richiesta di eguaglianza, solidarietà e bene comune come motori dello sviluppo. Paradossalmente  tutto questo può portare alla richiesta di una maggiore spesa pubblica  e di una maggiore presenza statale nell'economia. Il periodo favorevole al neo liberismo che voleva "affamare" lo Stato per liberare risorse  per l'iniziativa privata sembra peraltro in declino.La nuova richiesta di eguaglianza  appare comunque caratterizzata dal riconoscimento del ruolo sociale della libera iniziativa mentre e di una maggiore attenzione rispetto al passato nei confronti della qualità ed efficacia della spesa pubblica. 

Queste questioni non sembrano episodiche o limitate ad esperienze locali e particolari ma radicate nei profondi cambiamenti presenti nelle nostre società; pertanto, probabilmente investiranno col vento del cambiamento il nostro panorama politico ed istituzionale.

 

 

venerdì 4 maggio 2012

Euro moneta sovrana

Da troppi anni ormai le economie dei paesi europei sono spesso prese d'assalto da attacchi speculativi, che mettono a dura prova la loro capacità d'equilibrio finanziario e pongono ai cittadini condizioni di vita sempre più difficili.Tutte le misure di risanamento, adottate per migliorare i conti pubblici, hanno inoltre un carattere depressivo che rischia di rendere le problematiche ancora più gravi e dall'esito incerto.La zona Europa è ormai entrata in recessione e non si vedono a breve dei segni di una possibile svolta. La riduzione del PIL degli stati sovrani più deboli peggiora il loro rapporto nei confronti del debito pubblico, costringendoli a manovre restrittive per realizzare un pareggio di bilancio che non è in ogni caso sufficiente quando uno dei due termini della frazione: il PIL, continua a ridursi.La gravita dei deficit di bilancio e del peggioramento del rapporto debito /PIL sono estremamente gravi nel nostro continente, poiché la sostenibilità del debito d'ogni Paese membro dipende quasi totalmente dalla volontà dei sottoscrittori. Tanto maggiore inoltre è la presenza della quota sottoscritta da investitori stranieri quanto maggiore è la dipendenza dalle loro valutazioni.Tutto questo ha una precisa origine nel fatto che l'Euro non è una moneta sovrana. I trattati europei, infatti, non hanno consentito che esistesse un organismo centrale che potesse emettere moneta con piena libertà e responsabilità in contropartita di un debito pubblico europeo facente capo ad un unico bilancio, ad un'unica politica fiscale e ad un'unità politica conseguente.Quest'incongruità è alla base di tutte le tensioni oggi esistenti. Esse partono da una base ovviamente economica. Nessuno può negare la diversa consistenza e competitività delle economie dei diversi Stati membri. Le differenze tuttavia, se gestite all'interno di uno stesso soggetto politico in un'ottica di crescita comune e di redistribuzione delle ricchezze, non costituirebbero il problema che invece assumono nella situazione attuale.La diversità esistente, in mancanza di un progetto unitario realizzato, fa sì che i singoli paesi siano valutati separatamente per quanto riguarda sia la loro capacità produttiva che il loro equilibrio finanziario. Nel caso delle economie più deboli, diventa evidente che esse non possono disporre della sovranità sulla moneta, per onorare i propri debiti, e possono oggettivamente trovarsi nella condizione del default, se il loro bilancio non è in grado di sostenere il progressivo costo del debito. I mercati sono perfettamente coscienti di questo pericolo e nei momenti di difficoltà, o quando e politiche adottate da questi paesi non sono convincenti, puntano in maniera speculativa sul peggioramento della situazione realizzando spesso enormi guadagni.E' facile a questo punto lamentarsi della loro voracità! Dovremmo molto più coerentemente lamentarci della nostra insipienza.: quella di non aver avuto la volontà di completare la formazione dell'unità politica e democratica dell'Europa assumendo un unico bilancio federale, una comune fiscalità e la piena sovranità sulla moneta. L'economia Europea è ancora troppo forte per rischiare l'indebolimento del valore dell'euro. Ciò d'altra parte avvantaggerebbe la nostra complessiva competitività e nessuno è interessato a che questo avvenga.La sovranità piena non comporterebbe pertanto rischi effettivi di svalutazione o d'inflazione incontrollata se comunque venissero mantenute delle indicazioni per una crescita prudente, che puntasse essenzialmente sull'incremento di produttività delle zone più deboli.Diversamente potrebbe succedere invece, nel caso in cui uno stato membro decidesse, in maniera autonoma, di lasciare l'euro per recuperare la propria sovranità monetaria. Quasi sicuramente, in questo caso, dovrebbe in una prima fase, subire un ridimensionamento del valore della propria moneta e sostenere delle spinte inflazionistiche elevate. Se tutto questo permettesse, tuttavia, la capacità di effettuare degli investimenti pubblici importanti per la crescita, il recupero della competitività e la ripresa dell'occupazione in tempi ragionevoli, il ciclo potrebbe invertirsi e trovare la via dello sviluppo, di cui approfittare, finalmente, per migliorare la propria struttura finanziaria e produttiva. L'ipotesi auspicabile è che le nazioni abbiano la forza di capire che, nel mondo contemporaneo, l'unità politica ed economica europea non solo è un'opportunità ma quasi una necessità per avere un peso internazionale adeguato ed un ruolo all'altezza delle nostre tradizioni.Il processo d'unità politica dovrebbe essere ampio e fondato sulla forte partecipazione democratica del cittadino alle istituzioni federali. Potrebbe essere importante avere come negli Stati Uniti d'America l'elezione diretta, da parte del popolo, del Presidente degli Stati Uniti d'Europa.

 

 

giovedì 19 aprile 2012

Crisi dei partiti e democrazia

 

Il sistema di rappresentanza, mediato dall'attività dei partiti politici, sta attraversando, nel nostro Paese, un momento di grave difficoltà a causa della crescente insofferenza dell'elettorato nei confronti dell'attuale classe politica. Il problema, iniziato con il crescente fastidio per l'uso, per molti versi, personalistico della politica da parte del precedente capo del governo e per la continua ed esasperata conflittualità tra i partiti, è dapprima esploso con il momentaneo accantonamento dell'utilizzo di personale politico per la formazione del nuovo governo Monti ed oggi ha raggiunto il suo apice col susseguirsi delle notizie sull'uso distorto dei soldi rivenienti dal rimborso elettorale. In particolare, in questo momento, risulta particolarmente insopportabile venire a conoscenza che nonostante si sia sostanzialmente eluso quanto venne a suo tempo indicato dal referendum popolare, che aveva espresso un categorico no (ca. 90%) al finanziamento pubblico dei partiti, si sia ottenuto un rimborso d'entità ben superiore alle effettive spese sostenute (ca. 529 milioni di euro in cinque anni contro rimborsi per oltre 2,2 miliardi di euro) e che la mancanza di controlli interni abbia potuto permettere un possibile uso irregolare di queste risorse. Attendiamo con rispetto l'esito dell'azione dei magistrati; ma, il giudizio politico dell'elettorato sembra essere già ampiamente negativo. I recenti sondaggi vedono un crollo della fiducia nei partiti, un aumento ad oltre il 50% dell'intenzione di astensione al voto e ca. l'80% degli intervistati desidererebbe che i rimborsi elettorali venissero eliminati o drasticamente ridotti.La crisi di credibilità dei partiti non è tuttavia un fatto "privato" perché mette in crisi il rapporto del cittadino con la politica e le Istituzioni. La questione è di così vitale importanza che il Capo dello Stato ha sentito l'obbligo di richiamare l'attenzione sul problema e difendere la nobiltà dell'impegno politico.

E' ormai comunemente richiesto un cambiamento del sistema dei partiti che consenta una maggiore partecipazione e controllo dei cittadini sull'attività degli stessi.

Da più parti si ritiene ormai necessario che si proceda all'abolizione o per lo meno alla drastica riduzione del finanziamento pubblico, alla riforma dello stato giuridico dei partiti, in modo da consentire una più ampia responsabilità e la certificazione obbligatoria dei bilanci, alla verifica dei meccanismi di democrazia interna e di ricambio della classe dirigente.

Cosa ha portato a questo distacco dalla società civile? Eppure questi partiti hanno una vita relativamente recente. Essi sono per lo più nati in risposta alla profonda crisi già subita dal sistema politico in occasione degli scandali di " mani pulite". C'è sicuramente in Italia una questione morale che tuttavia sarebbe fuorviante interpretare solo come una questione d'illegalità. L'impressione è che molto sia legato all'incapacità di tenere il passo con i mutamenti di un mondo che, dopo la caduta del muro di Berlino, ha avviato una competizione economica e culturale a livello globale. C'è un ritardo culturale e d'interpretazione della realtà che permea larga parte dei nostri comportamenti e ci spinge verso il sottosviluppo. La corruzione sta diventando un problema endemico di questa società e la rendita di posizione prevale sulla produttività.La politica che avrebbe dovuto guidare il Paese verso un nuovo ciclo di sviluppo è invece racchiusa in se stessa incapace di concepire una proposta complessiva credibile e praticabile. E' proprio da questa incapacità che nasce in primo luogo la litigiosità, la supponenza e la frammentarietà dei vari raggruppamenti e dall'altro l'arroccamento e l'incapacità di confronto che fa sì che ogni gruppo abbia cercato in primo luogo la propria sopravivenza (che nel migliore dei casi è identificata con la difesa dei propri valori ritenuti a torto o a ragione universali). Non sfugge a questa logica né la necessità di ottenere dallo Stato i mezzi necessari per svolgere la propria attività né l'arroccamento della classe dirigente   a difesa del corpo costituito che impedisce in qualche modo una reale partecipazione popolare all'interno dei partiti. Queste preoccupazioni si riflettono in quasi tutte le regole statutarie, e sulla base di quest'ottica può essere letta la gestione dei beni mobili e immobili tramandata dai gruppi dirigenti dei partiti (via via trasformatisi storicamente) attraverso società e fondazioni varie di cui i partiti ultimi nati non hanno tuttavia il controllo.Sfugge a questa classe dirigente politica che i beni mobili e immobili sono di proprietà di tutti gli iscritti ed elettori che hanno seguito le evoluzioni politiche storiche verificatesi e che non basta essere stati a suo tempo i dirigenti di quel partito per mantenerne il diritto alla gestione.. Perché le hanno gestite in questo modo elitario? Forse per un desiderio di protezione del partito e della sua missione storica ma, in mancanza di un vero controllo democratico dal basso, hanno probabilmente prestato facilmente il fianco a comportamenti non propriamente regolari di qualcuno e non hanno permesso lo sviluppo del dibattito culturale e politico.

Oggi la parola d'ordine: "Affamare" la politica può aiutare le classi dirigenti dei partiti a rivolgere una maggiore attenzione nei confronti della base che rappresentano, costringendoli a cercarne il sostegno. La questione del controllo dei mezzi finanziari fa sì inoltre che venga adeguatamente valorizzato un percorso democratico delle decisioni e della rappresentatività sia interna che esterna.

"Affamare" la politica può favorire ancora processi di fusione organizzativa e disponibilità maggiore al superamento delle diversità non discriminanti.

Il 50% di cittadini italiani distanti dalla politica ha probabilmente bisogno d'attenzione e di partecipazione. I partiti possono ritornare a svolgere questo compito, di grande rilevanza sociale, a patto di riuscire a mettersi in discussione e comprendere che il "metodo" oggi è una questione di merito e presupposto di un processo di sviluppo della democrazia.

Solo in questo modo è possibile sperare nella formazione di una classe dirigente politica più vicina al proprio elettorato e più capace infine di affrontare le responsabilità di questo difficile momento della vita del nostro paese godendo della fiducia della società civile.

 

 

venerdì 13 aprile 2012

Un momento difficile

"Tanto tuonò che piovve" potremmo dire, ripescando dalla nostra memoria una frase sentita spesso nelle discussioni dei nostri vecchi.

Allo stesso modo, la crisi economico/finanziaria, che ci attanaglia da anni, ci ha condotto, ormai in maniera evidente, all'interno di un periodo di recessione che ci auguriamo sia il più breve possibile. E' recente la notizia di un calo della produzione industriale italiana di ca. il 6% e le previsioni di riduzione del PIL, nell'anno in corso, prefigurano dei valori fra l'uno e il due per cento.

Se aggiungiamo a tutto questo l'aumento, in valore assoluto, del debito pubblico ad oltre 1.960 miliardi di euro ed il ritorno del differenziale del tasso fra i nostri titoli BTP ed i Bund tedeschi ad oltre i 350 punti, non c'è da stare molto allegri.

Le tensioni presenti nei mercati borsistici mondiali e sui paesi più deboli dell'area euro mostrano inoltre l'incertezza degli operatori internazionali e della connessa speculazione sul futuro economico.

La ripresa americana presenta segnali di debolezza. La crescita del prodotto cinese sembra rallentare e soprattutto l'area europea sembra entrata quasi completamente in recessione.

In questi giorni, il nostro Parlamento sta discutendo l'approvazione dell'inserimento nella Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio, come primo passo nella direzione della piena realizzazione del "fiscal compact", voluto fortemente dai paesi forti dell'euro con in testa la Germania.

Questo provvedimento dovrebbe consentire il definitivo controllo europeo sulla possibile dilatazione del debito pubblico dei paesi meno virtuosi, fotografando una situazione comune da cui ripartire.

Ma saremo in grado di farlo?

La domanda che nasce inevitabile è quella di capire se, dopo aver cristallizzato la situazione del debito, vi sia la volontà politica di metterlo in comune per ripartire da zero, come un'unica entità politico economica capace di assumere un ruolo internazionale competitivo all'esterno e di attuare all'interno una politica di risanamento, di sviluppo e di redistribuzione della ricchezza fra i diversi Stati membri.

E' su questo progetto che il mercato finanziario esprime i suoi dubbi, attaccando, insieme alla speculazione, gli anelli più deboli della catena. La creazione di un Fondo salva stati, con una dotazione che può arrivare complessivamente al massimo a ca. 700/800 miliardi di euro, non sembra la soluzione al problema, nell'attesa di un deciso passo avanti verso l'unione politica, fiscale ed economica.

Sarebbe stato più utile accettare un ruolo della BCE come prestatore di ultima istanza, rassicurando così i mercati sulla sicurezza del rimborso dei titoli del debito pubblico di qualsiasi Stato membro dell'Unione, anche se con il rischio dell'accentuazione dell'inflazione e della perdita di valore dell'euro.

E' questa la principale preoccupazione tedesca: quella di veder svalutato l'euro (quindi il valore del proprio surplus e del livello di vita del proprio popolo), a causa di una possibile inflazione connessa ad un'eccessiva circolazione monetaria.

D'altra parte, il rischio di una svalutazione dell'euro sarebbe compensato da una maggiore competitività ed appetibilità dei prodotti europei; inoltre, non è detto che la possibile inflazione si presenti in maniera così pesante come temuto, perché la necessità d'immettere moneta sul mercato potrebbe essere inferiore al previsto in quanto gli investitori potrebbero sentirsi subito rassicurati dal nuovo ruolo svolto dalla BCE ed assestarsi su di un rendimento medio dei titoli in euro leggermente superiore al tasso d'inflazione oggi registrato nell'area.

In quest'ipotesi, potrebbe verificarsi una riduzione dello spread fra i titoli dei diversi stati membri, che potrebbe tuttavia penalizzare il rendimento di quelli più virtuosi.

La successiva emissione di un debito europeo, per il finanziamento della crescita, sarebbe il secondo passo auspicabile e decisivo per rilanciare le nostre economie e dare il tempo per la successiva integrazione politica ed economica.

Come sempre, le decisioni finali non sono pertanto un problema di tecnica economica ma di natura politica e sono banalmente legate alla capacità di concertazione fra il tornaconto personale dei singoli paesi membri e delle loro popolazioni e la progettualità collettiva.

Se invece si continueranno a mantenere le distanze e le differenze all'interno dell'area europea senza mettersi opportunamente in discussione è facile prevedere un accanimento della speculazione e l'aumento della sfiducia degli investitori internazionali verso un'area debole, priva di sviluppo, con un debito finanziario eccessivo e, soprattutto, priva di una classe dirigente in grado di agire secondo un piano comune efficace.

All'interno di questo quadro di riferimento, il nostro Paese, privo della sovranità sulla propria moneta, indebitato oltre un livello sopportabile, rischia di soccombere a causa della stessa cura che cerca di guarirlo. Nessuno vuole mettere in discussione le necessarie manovre sulla riforma pensionistica, le riforme attuate in campo fiscale, né il timido compromesso sulle liberalizzazioni e sulla riforma del lavoro, ma è il momento di fare molto di più.

Non possiamo sperare ed aspettare l'aiuto europeo! Dobbiamo fare da soli!

Bisogna far ripartire la funzione di finanziamento delle Banche nei confronti delle attività commerciali, anche aprendo una vertenza nei confronti dei criteri di capitalizzazione previsti dall'EBA, European Banking Authority (che prevede l'appostazione, al valore di mercato, dei titoli di Stato presenti nell'attivo del bilancio delle Banche evidenziandone la possibile perdita in conto capitale) quanto mai inopportuni in un momento come quello attuale.

D'altra parte, anche la possibile garanzia dello Stato a sostegno dei finanziamenti, se non fosse valutata a rischio zero, non consentirebbe la concessione senza intaccare il patrimonio di vigilanza.

Dobbiamo avviare un completo piano energetico nazionale che ci consenta di ridurre la nostra dipendenza energetica e diminuire significativamente l'incidenza negativa dei relativi costi all'interno della bilancia commerciale.

Dobbiamo riesaminare complessivamente la capacità e la validità dei nostri settori produttivi cercando di favorire tutti i possibili investimenti verso quelli più competitivi, innovativi ed in cui è plausibile ottenere un premio di remunerazione in base alla qualità più che rispetto al costo.

Dobbiamo ridurre il carico fiscale sulle imprese e sul lavoro, utilizzando tutto quello che è recuperabile dalla lotta all'evasione fiscale, dallo "spending review" e da una possibile maggiore tassazione dei redditi elevati oltre 150.000 euro e sui grandi patrimoni (compresi quelli detenuti dalle fondazioni) come stimolo alla domanda interna.

Dobbiamo infine rendere la macchina dello Stato e l'amministrazione pubblica una "macchina da guerra" che, invece di assorbire quasi la metà del PIL in una logica, in alcuni casi, parassitaria, intervenga attivamente per la sua crescita.

Pensiamo ad un'amministrazione pubblica in cui si attui uno spostamento settoriale delle risorse umane in modo da consentire una maggiore prestazione di servizi che, da un lato rappresentino delle economie per la popolazione civile e per le imprese, e dall'altro possano costituire delle vere e proprie attività remunerative.

Infine, se il processo di unità europeo dovesse mostrare dei limiti tali da indurre a ripensarne l'intera progettualità, attestandosi su obiettivi più modesti, dovremmo essere pronti a considerare una possibile uscita dall'euro, ritrovando la sovranità sulla nostra moneta.

Tutto questo ha bisogno di un rinnovato clima di unità nazionale e di una classe dirigente politica e civile all'altezza di uno dei momenti più difficili che il Paese abbia attraversato.

martedì 27 marzo 2012

Cosa non condividiamo della riforma del lavoro

E' ormai disponibile il testo completo della riforma del lavoro approvata dal Consiglio dei Ministri del 23 corrente, al link:

http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/documento_riforma.pdf

 

Dopo una prima lettura, le perplessità e le preoccupazioni, che l'avevano accolta e seguita nel percorso preparatorio, vengono confermate.

La riforma presenta senz'altro una struttura interessante e cerca d'intervenire su alcuni aspetti di criticità del mercato del lavoro italiano:

-         La difficoltà d'accesso dei più giovani, condannati alla precarietà, attraverso l'utilizzo di una svariata modalità di contratti;

-         La disparità di fruizione degli ammortizzatori sociali;

-         Il legame degli ammortizzatori esistenti con la difesa dell'originario posto di lavoro, anche quando lo stesso non ha prospettive reali di continuità;

-         La necessaria mobilità della risorsa lavoro verso una sua ottimale allocazione negli impieghi più produttivi.

La riforma cerca di operare, su questi problemi, proponendo una riduzione e semplificazione dei contratti d'ingresso, privilegiando l'apprendistato. Prevede disincentivi economici nei confronti del lavoro a tempo determinato. Universalizza, attraverso l'istituzione dell'ASPI, il possibile utilizzo degli ammortizzatori sociali, coprendo anche i lavoratori a tempo determinato, gli apprendisti e gli artisti; ma, commette un errore, in un momento storico come quello attuale, imperdonabile (che mina le possibilità di consenso sociale e l'efficacia della riforma stessa) quando ne limita la durata ad un massimo di diciotto mesi per i lavoratori con età superiore a 55 anni.

Nel frattempo invece si liberalizza il licenziamento economico, eliminandone la concertazione con i Sindacati, fin qui seguita nel percorso verso i licenziamenti collettivi, successivi ai processi di crisi e ristrutturazione, in presenza dell'impossibilità del licenziamento individuale bloccato nella pratica dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Con la nuova formulazione prevista dalla riforma, il licenziamento economico, anche nel caso in cui il giudice non lo ritenga sufficientemente motivato, viene punito con un indennizzo.

Esso viene così di fatto liberalizzato, visto che nel testo della riforma è sottolineato, tra l'altro, quanto segue:

 " il regime di cui sopra, deve essere coordinato, altresì, con quello dei licenziamenti collettivi, nei limiti in cui per essi vale l'art. 18 con l'applicazione, per i vizi di tali licenziamenti, del regime sanzionatorio previsto per i licenziamenti economici."

 

Quando ad una riforma di questa dimensione si accoppia un sistema di protezione e di sostegno al reinserimento del lavoratore, che ha una durata massima di diciotto mesi, si commette un errore tecnico che diventa un problema sociale e politico di primaria importanza, perché si immette nel sistema un elemento di squilibrio per la convivenza civile.

Come si può ragionevolmente pensare che diciotto mesi siano un periodo sufficiente, quando le statistiche dell'utilizzo della flexsecurity, in paesi ben più ricchi dell'Italia, prevedono un tempo quasi doppio di riassorbimento del 90% dei lavoratori?

Quante famiglie potrebbe restare in una condizione insostenibile?

Capisco a questo punto la scelta di lasciar fuori per il momento tutto il settore del pubblico impiego!  Ma non è proprio forse quello in cui  è più urgente intervenire?

Non possiamo condividere questa riforma  pur comprendendo la giustezza dell'intenzione!

La durata degli ammortizzatori è sbagliata! Può avere conseguenze sociali, politiche ed economiche devastanti!

Fa bene il PD a volerla fermare! Fanno bene i Sindacati a chiedere importanti modifiche!

Posso capire che le risorse finanziarie a disposizione siano limitate; ma, in questo caso, bisognerebbe continuare  indicando  con chiarezza l'obiettivo e procedendo con gradualità nell'attuazione, subordinandola al completamento della formazione di un apposito Fondo a copertura.

Fondo da realizzare utilizzando i versamenti previsti per le imprese, incrementandoli  con la fiscalità generale  a carico dei redditi più elevati  oltre 150.000 euro ed i patrimoni oltre 2M o utilizzando  tutte le risorse che potranno provenire dall'azione di revisione della spesa pubblica ( spending review).

Si può procedere alla liberalizzazione del licenziamento  economico, sia nel settore privato sia pubblico, solo a posteriori: quando sarà possibile una durata degli ammortizzatori sociali pari almeno a  quarantotto mesi, com'era previsto nel progetto Flexsecurity del Sen. Pietro Ichino e quando saranno introdotte misure di salvaguardia dei poveri come il salario di cittadinanza

Nel frattempo, si può continuare nella pratica della  concertazione sulle  singole realtà operative  utilizzando gli attuali  strumenti ed introducendo l'ASPI, con l'obiettivo di portarla gradualmente fino a 48 mesi. Una delle proposte in merito all'introduzione  della riforma in maniera graduale è quella di applicarla a partire dai nuovi assunti ( P. Ichino) . Il vantaggio di questa posizione sta nella gradualità del cambiamento ma la sua debolezza sta nel tempo lungo necessario per lo spostamento delle risorse umane verso gli impieghi più produttivi.

Rimango convinto che la gradualità dell'introduzione del meccanismo vada messa in relazione con la realizzazione di un fondo destinato alla copertura economica degli ammortizzatori sociali.

Le altre misure  previste dalla riforma possono invece trovare immediata attuazione e vanno sicuramente in una direzione auspicabile.

 

 

 

venerdì 16 marzo 2012

La dura legge delle riforme

 

 

Mentre siamo rallegrati dalle notizie positive dell'accordo  sul tema del lavoro,  raggiunto  all'interno del vertice tenuto ieri sera fra il Governo ed i segretari dei maggiori partiti della maggioranza, sale contemporaneamente forte la preoccupazione per la protesta preannunciata dalle associazioni datoriali. In special modo preoccupa la volonta comunicata da Rete Impresa Italia,( associazione che riunisce al suo interno le rappresentanze maggioritarie della piccola media impresa del commercio e dell'artigianato) di arrivare alla disdetta dei contratti collettivi, che riguardano  ca il 54% del lavoro privato, nel caso in cui  verrano mantenute le indicazioni fornite dal Governo circa l'aggravio degli oneri a carico delle imprese sui contratti di lavoro a tempo determinato.

C'è da dire che questa misura,  prospettata dal Governo ed accettata dalle forze politiche, costituisce uno dei punti di forza della proposta che verrà portata martedi prossimo nell'incontro con le parti sociali relativa al riordino dei contratti atipici ( col disincentivo degli stessi rispetto il lavoro a tempo indeterminato) ed al recupero, attraverso il loro maggior costo, di risorse utili a consentire l'apertura stabile degli ammortizzatori sociali a questa categoria di lavoratori.

La protesta di Rete Impresa Italia  fa riferimento all'insostebibilità dei costi da sopportare per tutte quelle imprese  che utilizzano  contratti di lavoro a tempo determinato in una fase di crisi economica acuta che  già le penalizza fortemente.

Il disagio è reale,   così come è grave la situazione economica e finanziaria delle imprese; tutavia, le misure proposte dal Governo contengono già in parte alcune soluzioni. La prima è quella che  con la stabilizzazione del dipendente a contratto a tempo determinato è previsto un vantaggio fiscale che permette il recupero dei maggiori aggravi prima sostenuti .Il secondo è la proposta del contratto di apprendistato come via propritaria per le assunzioni di nuovi lavoratori con incentivi sul costo iniziale e maggiore flessibilità in entrata.Il terzo è la riforma relativa all'art 18 distinguendo il licenziamento per motivi discriminatori da quello per motivi economici e per motivi disciplinari.

Se queste misure  non sono sufficienti ci troviamo allora davanti ad un altro problema .

Siamo di fronte cioè, come è stato affernato da molto tempo all'utilizzo improprio del lavoro precario come strumento per il contenimento dei costi complessivi d'impresa, per l'utilizzo incontrollato della risorsa lavoro ed in sostanza  per lo scarico sul lavoro dell'inefficienza ed arretratezza del sistema economico italiano. L'incapacità di stare sul nercato dotati di oppportuna capitalizzazione , investimenti all'altezza della situazione ed  una struttura commerciale e di prodotto adeguata  è stata compensata da un abbattimento del costo del lavoro grazie all'utilizzo di quello precario. Scoperchiare la pentola mostra la faccia del diavolo. Cosa diremmo se nel Mezzogiorno si riuscisse ad impedire il lavoro nero? Quante picccole imprese  dovrebbero chiudere? L'altra faccia della medaglia è che tuttavia queste imprese alimentano l'aretratezza sia della struttura economica che delle condizioni  di lavoro ed alla fine non contribuiscono alla crescita reale del livello di vita di quella comunità. Anche in questo caso, siamo di fronte all'attacco di posizioni di  RENDITA ma ciò non rende meno grave il disagio reale  vissuto dalle categorie che ne sono toccate e che protestano.   Bisogna offrire loro una strada virtuosa da percorrere ed accettare che molti possano dover cambiare tipo di attività. In tutto questo, diventa essenziale  che le imprese in questa fase possano disporre più agevolmente di mezzi finanziari ed a più basso costo. Questo è il corollario necessario a qualsiasi misura di riordino . Senza di questo, si apre una voragine perché tutti i problemi non risolti da anni vengono alla luce senza i mezzi economici per affrontarli. Dobbiamo fare in modo che le Banche tornino rapidamente a svolgere il loro compito di finanziamento ampio alle imprese e che il risparmio  e la ricchezza delle famiglie si trasformi  in investimento a prezzi contenuti. La riduzione dello spread dei titoli pubblici italiani  su quelli tedeschi e l'iniezione di liquidità della BCE sono state salutari e rappresentano una precondizione possibile per una maggiore liquidità del sistema . L'annunciata volontà di Unicredit di mettere a disposizione una linea di credito  di quaranta miliardi in tre anni a favore delle imprese è una notizia positiva ma bisogna fare ancora molto in tal senso  .

Di certo non si deve tornare indietro e bisogna dare atto  che il Governo si sta muovendo sulla questione lavoro  in maniera positiva.

E' doveroso che  da parte di tutti gli venga dato il sostegno che merita.