Pagine

venerdì 30 gennaio 2015

La Grecia ci costringe a ridiscutere l'Europa

E' sensazione diffusa che il problema posto dalla povertà, dalla difficoltà di crescita e di tenuta finanziaria della Grecia, con non ultima la sua difficoltà di rimborso del debito contratto, porranno presto il problema della sostenibilità anche degli altri paesi del sud Europa e la validità o meno della stessa impostazione europea.

 

 

Partiamo da una constatazione: alcuni paesi dell'area si sono progressivamente impoveriti e per mantenere il proprio livello di vita e in alcuni casi per sopravvivere hanno aumentato il proprio indebitamento a tal punto da rischiare o essere proprio giunti al fallimento.

Cosa significa tutto questo? Perché quest'impoverimento progressivo?

Le principali cause possono essere ricondotte per larghe linee in interne ed esterne.

In linea di massima la prima cosa da verificare è se l'impoverimento riguarda l'intera società oppure solo alcuni strati della popolazione.Parliamo dunque dell'ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi e delle conseguenze che queste hanno sulla crescita o sull'impoverimento progressivo di quel paese.

La seconda cosa è se siamo in presenza o meno del pieno utilizzo dei fattori produttivi di quel paese o se per motivi di opportunismo, potere, privilegio, corruzione ed altro si è affermata una struttura economica inefficiente, inadeguata, incapace di valorizzare le proprie risorse.

La terza cosa è verificare se in qualche modo l'indebitamento è stato effettuato per consentire un livello complessivo di vita non sostenibile basandosi pertanto su previsioni errate del proprio sviluppo.

Esiste poi un problema legato alla posizione internazionale della Grecia all'interno della produzione della catena del valore ed alla possibile presenza di uno scambio ineguale su alcune merci e prodotti.

Tutti questi problemi di carattere generale riguardano anche gli altri paesi dell'area del Sud Europa ed ho l'impressione che ben presto non basterà correre in fretta per risolverli. Stiamo perdendo tempo.

Veniamo alla gestione finanziaria del debito eccessivo di questi paesi. Se avessero la possibilità di monetizzare con la continua emissione di moneta da parte della Banca centrale il proprio debito il risultato sarebbe che l'impoverimento reale progressivo sarebbe spalmato generalmente su tutta la società grazie all'inflazione dei prezzi ed alla contemporanea svalutazione del potere d'acquisto. Chi ricorda l'inflazione a due cifre in Italia sa bene che i primi a soffrirne erano i salari. gli stipendi, le pensioni ed i risparmi non investiti adeguatamente. Tutti i beni primari e di massima utilità subivano continui aumenti. I servizi sociali erano limitati. Il cambio veniva svalutato e questo in qualche modo c'impoveriva tutti quando dovevamo comprare delle merci estere preferendo i prodotti nazionali ma le nostre merci diventavano competitive sui mercati esteri. Solo dopo anni ed in presenza di consistenti avanzi dei conti con l'estero si può ritornare ad una situazione di relativo equilibrio e di ripresa di crescita effettiva. In sostanza la sostenibilità del debito avviene attraverso un suo ridimensionamento monetario e l'impoverimento generale altrettanto immediato del potere d'acquisto dei suoi cittadini. Se, grazie a questo, progressivamente riparte la crescita produttiva, ciò avviene normalmente partendo da una posizione più arretrata all'interno della divisione internazionale del lavoro e della produzione del valore. Del resto, questo era già avvenuto nei fatti e lo scossone monetario permette solo la stabilizzazione generale del fenomeno.Nulla garantisce il miglioramento effettivo, che dipende, in ogni caso, solo ed esclusivamente dalle decisioni e dagli sforzi dell'intera comunità sociale verso il miglior funzionamento del sistema socioeconomico ed il miglior utilizzo dei fattori produttivi.

I fautori della moderna teoria monetaria ritengono che questo processo sia quasi automatico, quasi deterministico e che l'emissione monetaria (lo stampare moneta), costituendo un anticipo sui futuri guadagni sociali e sullo sviluppo del PIL costituisca, in ogni caso, un tale stimolo all'economia da essere un potente motore di crescita.

Ho profondi dubbi su tutto questo. Sono sempre più convinto che solo la capacità di cambiamento di una comunità di persone è la condizione indispensabile per la ripresa della crescita. La capacità di eliminare tutte le condizioni che bloccano il pieno sviluppo ed utilizzo dei fattori produttivi. Solo allora, il ricorso all'indebitamento, anche sostenuto dal Quantitative Easing, può produrre effetti positivi, perché saremo di fronte veramente ad un processo di sviluppo che pagherà ampiamente i costi dell'indebitamento.

Se, tuttavia, non vi è la sovranità monetaria i giochi sono all'apparenza profondamente diversi, ma simili. Il problema è sempre la capacità sociale di rivoluzionare il proprio sistema socioeconomico per ottenere le condizioni dello sviluppo. In questo caso può ed ha bisogno della fiducia degli investitori. La questione diventa quella di contrattare le condizioni del fallimento precedente mantenendo la fiducia per una ripresa di rapporti soddisfacenti sul nuovo corso.

Non riesco a vedere alternative a tutto questo che non siano alla fine causa di grosse tensioni fra i diversi paesi che, in passato, hanno portato sino all'insorgere di conflitti armati.

Non si può pensare di pretendere o addirittura imporre un sacrificio economico agli altri senza chiederne l'approvazione ed in qualche modo la condivisione. Non mi permetto di fare ipotesi, nè proposte specifiche che rischierebbero di essere campate in aria.

L'ultima cosa che non condivido è dare la colpa dei propri mali agli investitori esteri, alla finanza internazionale, che avrebbe approfittato della situazione per strozzare il paese debitore. I tassi elevato d'interesse corrisposti sul debito di qualunque emittente sono purtroppo la remunerazione del rischio dell'attività e/o del paese. . L'investitore sa perfettamente che il maggior rendimento può comportare un maggior rischio; ma, in qualche modo, pensa sempre che possa essere sostenuto ed accorda fiducia. La fiducia è una cosa ben diversa dallo strozzinaggio e pensare di fare a meno della fiducia dei mercati, bollandoli tutti per approfittatori, non è una strada consigliabile. C'è ancora da dire che la cosiddetta finanza internazionale è composta alla fine, per la maggior parte, dalla gestione centralizzata di risparmi d'innumerevoli correntisti, con esigenze molto simili alle nostre.

lunedì 26 gennaio 2015

Distribuzione ineguale delle ricchezze e crisi sociale

 

Una delle principali conseguenze di una forte distribuzione ineguale delle ricchezze (comunque siano state realizzate) è il pericolo del blocco della mobilità sociale e della meritocrazia.E' inoltre possibile che, non potendosi realizzare una sana espressione del merito, del valore e dell'intelligenza creativa, si sviluppino, al contrario, atteggiamenti volti alla perpetuazione nel tempo della stratificazione sociale raggiunta, con il possibile affermarsi d'atteggiamenti, diciamo, " non lineari" come ad esempio: raccomandazioni, opportunismo, cooptazione, corruzione, oligarchia, autoritarismo ecc..Tutto questo può ridurre lo sviluppo delle società in cui si verifica e peggiorare le condizioni di vita delle classi subalterne.

 

E' una descrizione di qualcosa che appartiene al passato? Siamo ormai immuni da tutto questo?

Non credo. Né mi sembra di poter condividere una visione evolutiva della storia umana, delle passioni e dei sentimenti tale da rendere obsoleti definitivamente questi comportamenti.

Se andiamo dal generale al particolare, quando vediamo in Italia, con i nostri occhi, che le retribuzioni medie dei nostri giovani (senza considerare la precarietà del loro rapporto di lavoro e l'indeterminatezza del proprio avvenire) e di molti lavoratori subalterni si aggira (nei casi più fortunati) intorno ai mille euro mensili (che, per i distratti, significano, tenendo conto di tredicesima ed eventuali premi, non più di 15.000 euro annui) mentre sono comuni in troppi livelli dirigenziali e nelle attività libere retribuzioni ed incassi che superano facilmente di …..10 volte questi livelli, mi sembra che ci sia sufficiente motivo di riflessione per chiederci se effettivamente il valore di mercato sia conseguenza dei liberi scambi e valutazioni o se comunque la redditività d'alcune posizioni, pur essendo rare ed eccezionali, non debba comunque tenere conto di un criterio di moderazione.

E' difficile e quasi impossibile predeterminare ed impedire il verificarsi di questi fenomeni; ma, possiamo intervenire, in ogni caso, per aumentare le condizioni di libera concorrenza che riducano il verificarsi di posizioni d'eccessivo privilegio e di monopolio ed operare, a posteriori, con la progressività del carico fiscale per ottenere alcuni risultati:

1) dissuadere, ove possibile, l'utilità di un'eccessiva remunerazione delle prestazioni.

2) ottenere un effetto di maggiore partecipazione alla spesa sociale da chi ha maggiori possibilità.

3) evitare l'eccessivo accumulo della ricchezza in una ristretta minoranza di persone.

Per questi motivi, sarebbe auspicabile una riforma fiscale che alleggerisse l'imposizione sui redditi più bassi di lavoro, ne diminuisse il cuneo fiscale ponendolo a carico della fiscalità generale e ne trasferisse maggiormente il peso a carico dei redditi più elevati, aumentandone la progressività ed introducendo nuovi scaglioni ..

Aggiungerei, inoltre, che in tutte quelle forme in cui è invece preferibile la tassazione ad aliquota fissa sarebbe utile distinguere fra realtà in qualche modo connesse all'attività di compartecipazione del rischio ( ad es. comparto azionario ecc) da quelle che sono definibili come rendita, evitando in questi casi l'impersonalità del possesso ( al portatore) e cercando d'introdurre invece criteri di progressività.

Non entro qui nel dibattito relativo alla questione del rafforzamento o della generalizzazione della tassazione patrimoniale, riapertosi prepotentemente dopo la recente proposta portata avanti da T. Piketty, come misura di riequilibrio della struttura economica delle nostre società, che è estremamente complesso e che richiede un'ampia e specifica riflessione sulla quantità ed opportunità della stessa. E' comunque nella tradizione del pensiero riformista dell'Occidente la considerazione che. quando vi sia un eccesso di concentrazione del controllo proprietario d'alcune attività in poche mani, giungendo ad una situazione di monopolio, questo debba essere combattuto con forza, anche eventualmente nazionalizzandone il possesso quando si è in presenza di un serio interesse nazionale.

Nel caso italiano, pur considerando la già pur presente intensità della tassazione patrimoniale è possibile ipotizzare un'eventuale imposizione straordinaria di ca. 400/600 miliardi per abbattere significativamente l'ammontare dello stock del debito pubblico.Tale imposizione si presenta comunque complessa sia per la definizione dei limiti patrimoniali oltre cui andrebbe applicata, sia per l'entità rilevante che andrebbe ad assumere. Per essere socialmente sopportabile  sarebbe opportuno partire da patrimoni non inferiori a 1,2 milioni d'euro e immaginarne una modalità legata all'acquisto forzoso di quote di una società  creata ad hoc a cui conferire adeguata parte di patrimonio immobiliare pubblico da dismettere. Tale acquisto potrebbe essere finanziato dalla CDP e restituito in un periodo temporale lungo ad esempio dieci anni consentendo pertanto al soggetto tassato di pagare solo due oneri:

-il costo del finanziamento ( ovviamente al minor tasso possibile)

-la possibile minusvalenza sul realizzo della quota posseduta, dopo un periodo di vincolo da stabilire

 

Un''ulteriore riflessione oggi particolarmente attuale , in presenza della sempre maggiore globalizzazione delle attività economiche , è che la stessa tensione, presente all'interno del rapporto fra i singoli individui di un'organizzazione sociale, è riscontrabile anche nel sistema di relazione fra gli Stati sovrani . E' frequente, infatti, che nella divisione internazionale del lavoro si vengano a creare situazioni di disuguaglianza stabile sia nella distribuzione delle ricchezze, sia nella produzione della catena del valore che, cristallizzandosi, possono portare all'acuirsi delle  condizioni di sottosviluppo d'alcune popolazioni , alla concentrazione delle ricchezze in alcuni paesi , allo sviluppo di situazioni di monopolio nello sfruttamento delle risorse naturali e delle materie prime o d'attività di trasformazione e servizi tali da sviluppare nel tempo uno scambio forzatamente ineguale . Anche in questo caso, lo sviluppo della libera circolazione delle merci , delle competenze , dei capitali e la lotta internazionale alle situazioni di monopolio diventa uno degli obiettivi per ridurre condizioni di privilegio fra le nazioni che favoriscono il sottosviluppo e le tensioni internazionali. La seconda grande iniziativa è costituita dai programmi degli aiuti economici verso i paesi sottosviluppati per favorirne la ripresa dell'iniziativa economica e consentire una riduzione del Gap nei confronti delle aree più avanzate. C'è molto di più da realizzare per affrontare con maggiore decisione queste differenze. Specialmente dove si è rinunciato , come nell'area euro, ad un riaggiustamento del peso e della forza delle diverse economie attraverso lo strumento del riallineamento del cambio, le misure di spesa comune, per riassorbire il divario fra i popoli che compongono l'area, dovrebbero essere maggiori, con la consapevolezza del carattere intimamente progressivo che queste misure dovrebbero contenere a valere sulle economie più forti del continente. Una comunità di persone o di Stati non può esistere senza comprendere che, oltre a stabilire delle regole comuni, deve anche occuparsi degli "ultimi", ovunque essi si trovino . In questo senso, l'introduzione di un sussidio europeo di disoccupazione già portato avanti dal PSE e di un livello salariale minimo, comune in tutta l'area euro, sarebbero misure che contribuirebbero a fare un passo avanti significativo nel cammino comune europeo. 

La recente operazione di QE disposta invece dalla BCE sembra possa costituire un elemento d'ammorbidimento rispetto alle difficoltà di gestione delle posizioni più pesanti di debito pubblico nazionale consentendo di destinare risorse alla crescita.

Di fronte alle difficoltà ed alla crisi economica delle nostre società, oltre che dei modelli ideologici del passato, ci s'interroga se abbia ancora un senso la distinzione fra destra e sinistra .

 Si può pensare che, al di là delle definizioni , nella storia passata vi sia sempre stato, in qualche modo, un riferimento a diverse questioni, tra cui alcune principali come l'esigenza del cambiamento o il punto di vista dell'interesse degli ultimi o quello ad esempio della valorizzazione dei migliori.

La mia impressione è che nei periodi in cui questi tre elementi si saldano in un unico movimento collettivo assistiamo a momenti di grandi trasformazioni sociali e di elevata innovazione ideale che cambiano il volto delle nostre società. Mi chiedo se non siamo all'alba di un periodo di tale complessità.

 

martedì 20 gennaio 2015

LE DIFFICOLTA’ DEL CAMBIAMENTO



Ci troviamo, oggi, in un momento di grande trasformazione e nulla sarà come prima.
Gli equilibri internazionali e quelli inerenti al rapporto fra le cosiddette classi sociali e tra i fattori di produzione cambiano e richiedono una trasformazione del nostro approccio mentale, culturale e politico.
In questa situazione, è evidente che vi siano enormi differenze nel modo di pensare di molti all'interno del PD e nell'intera area cosiddetta progressista; ma, se riusciamo a non farle diventare un ostacolo alla crescita del dibattito, arroccandoci all'interno del nostro pur legittimo punto di vista, ne avremo tutti un enorme vantaggio.
 
Bisognerebbe non essere troppo certi di aver capito tutto ed avere altresì la coscienza che i tempi ci pongono di fronte a trasformazioni di tale entità, per cui, sicuramente, il punto di vista degli altri rappresenta un disagio ed una problematicità che abbiamo il dovere di considerare, di tenere presente e d'integrare nel nostro ragionamento e nella nostra visione della realtà.
Riuscire in quest'impresa porrebbe veramente il PD nel ruolo di guida del Paese.
Le alternative sono poche e rischiano di disperdere questo processo in mille rivoli inconsistenti e poco comunicanti fra di loro.
Siamo, a tutti i livelli, di fronte al problema di riuscire ad essere vincenti nei confronti della contraddizione rappresentata dal rapporto fra convivenza /integrazione e diversità.
Tutto questo non assumendo un atteggiamento accomodante o di chiusura, ma sostanzialmente rivolto al passato. Al contrario, sfidando i problemi che si prefigurano nel nostro presente e futuro e dichiarandoci disposti al cambiamento
 

martedì 16 dicembre 2014

L'importanza dell'azione pubblica


 
 
I recenti dati sulle esportazioni italiane evidenziano una crescita tendenziale, nei primi dieci mesi dell'anno, di ca. 1,6%, con un risultato positivo della bilancia commerciale che presenta un saldo positivo di oltre 30MM.
Eppure, i dati previsionali dell'andamento del PIL sono invece attestati, nel migliore dei casi, verso una relativa stabilità (0,3%) e non sembra che l'andamento dell'occupazione vada migliorando.Dove finiscono quindi questi 30 miliardi? Probabilmente, in una sostituzione di PIL, che flette nei confronti della domanda interna. Come se non bastasse, i fondi messi a disposizione dalla recente operazione TLTRO della BCE, prenotati per ca. 49 MM dalle Banche italiane (fra la prima e la seconda tranche ) non sembrano ancora decollare e pertanto queste disponibilità non riescono ad essere spese per il rilancio della nostra economia.Aggiungiamo ancora che i fondi strutturali europei, messi a disposizione per il periodo 2014/2020, ammontano a ca. 29MM (senza contare il co-finanziamento dello Stato italiano che potrebbe forse non essere conteggiato nei parametri del debito) e che anche questi sono ben lontani dall' essere utilizzati.
 
Ci troviamo, dunque, in una situazione dove vi sono, di fatto, una serie di risorse, non di poco conto, che non riescono ad essere utilizzate o non producono un effetto positivo sulla crescita del PIL, a causa di una persistente stagnazione della domanda interna del nostro Paese.
Quando gli investimenti privati sono fermi. per mancanza di prospettive, quando i consumi sono fermi, dobbiamo ragionevolmente pensare ad una funzione importante dell'intervento pubblico come stimolatore ed organizzatore di pochi ampi progetti che riescano a produrre investimenti e lavoro ed utilizzare le risorse esistenti, trainando quindi la ripartenza della domanda interna. . Questa condizione sta diventando prioritaria.
A livello europeo, il piano Juncker sembra volersi muovere in una direzione maggiormente espansiva, ma le risorse in campo sono minime.
Anche in questo caso, per comodità d'analisi, il problema può essere logicamente separato in due grandi tronconi :
 1) Come aumentare le disponibilità europee da mettere a disposizione di una politica comunitaria espansiva
2) ancora più importante: come riuscire ad impiegarle subito . Come riuscire, cioè, a far nutrire un cavallo che non mangia e non beve.
La tradizione del pensiero di Keynes suggerisce che in questi casi è la spesa pubblica che deve intervenire, ma si obietta che in Italia la situazione debitoria dello Stato è già eccessiva e che in Europa l'aumento delle disponibilità da investire,( anche se finanziate in prima istanza con una grande operazione di Quantitative Easing della BCE) comporta inevitabilmente un problema di trasferimento inaccettabile di risorse da un paese membro all'altro
Quello che in entrambi i casi diventa essenziale è un ruolo stimolante /organizzativo del settore pubblico, in sinergia con quello privato, per riuscire a spendere le risorse reperite e stimolare la ripartenza della domanda e della crescita.
In Italia c'è chi invece scommette su ipotetiche flat tax e comunque sulla drastica riduzione della spesa pubblica per riempire le tasche dei cittadini e far ripartire i consumi . Queste posizioni sono troppo deboli perché uno dei principali motivi della caduta dei consumi è l'incertezza occupazionale, causata dal declino economico del nostro paese e dal crollo della domanda interna Una riduzione drastica della spesa pubblica potrebbe addirittura peggiorare ulteriormente gli attuali livelli occupazionali ed avere conseguenze negative sul welfare. No, semmai il problema è ridurre lo spreco e la corruzione presente nel rapporto fra il sistema pubblico , la politica e il settore privato e modificare la produttività della spesa oltre che destinare maggiori risorse possibili verso gli ammortizzatori sociali a garanzia della piaga della disoccupazione.
 

giovedì 4 dicembre 2014

I LIMITI DEL PIANO JUNCKER



Juncker ha finalmente fornito maggiori informazioni sul piano di 300MM d'investimenti che dovrebbero rimettere in moto l'economia europea, afflitta da segnali di stagnazione.In realtà, i fondi messi a disposizione del piano sono rivenienti per ca. 14 miliardi da fondi strutturali già impegnati nel bilancio comunitario per il finanziamento dei progetti Horizon ecc. e che sarebbero pertanto dirottati allo scopo. Due miliardi rivengono dalla "riserva" di bilancio e questo sarebbe un aspetto da verificare.Altri cinque miliardi verrebbero messi dalla BEI, il tutto per la costituzione di un Fondo per investimenti FEIS, che dovrebbe, poi, emettere obbligazioni per attrarre ulteriori capitali privati. Il Fondo, opportunamente rinforzato da questi ipotetici capitali, dovrebbe poi intervenire come prestatore di garanzia o con vere e propri finanziamenti diretti nell'erogazione di credito alle imprese, per la realizzazione d'investimenti nelle infrastrutture, banda larga ecc, richiamando ulteriori capitali privati.
L'effetto leva complessivo dei 21 MM iniziali viene calcolato in ca. 15 volte arrivando pertanto a suscitare investimenti per complessivi 315 MM.
La prima questione che lascia perplessi è ipotizzare una leva pari a 15 volte il capitale iniziale posto per la costituzione del Fondo.Non si può pensare che Juncker possa ottenere dal mercato dei capitali i 315 miliardi per finanziare i possibili investimenti. E' più probabile che si pensi ad un effetto leva prodotto dalla concessione di garanzie, da parte del Fondo al sistema bancario, per la concessione di finanziamenti alle imprese. Anche in questo caso bisognerebbe ipotizzare una sottoscrizione delle obbligazioni da parte del mercato per oltre 10 MM, in modo da avere, a disposizione del Fondo, dai 30 a 40 MM da utilizzare per la concessione di garanzie per i finanziamenti alle imprese in maniera similare a come viene fatto in Italia con il Fondo di garanzia per la PMI, con un effetto leva di ca. dieci volte.
L'operazione prospettata da Juncker si somma, nel panorama europeo, a quella già predisposta dalla BCE: "TLTRO " prestiti a mlt   al sistema bancario, con vincolo di destinazione al finanziamento delle attività produttive.  Questa seconda iniziativa, già preannunciata subito dopo l'estate da Draghi, sembra muoversi con estrema lentezza. La prima operazione, avvenuta a settembre è stata di ca. 82 miliardi d'euro. La richiesta prevista per la seconda asta, i cui risultati saranno pubblicati l'11 dicembre, dovrebbe essere di ca. 145 MM. Il totale delle due operazioni sarebbe pertanto di circa la metà dell'importo massimo a disposizione, pari a 400 MM. L'offerta alle imprese dei finanziamenti, con condizioni che dovrebbero essere interessanti, stenta a decollare. La forte percentuale d'insolvenze, già presenti nel portafoglio delle banche, e le difficoltà del mercato stanno scoraggiando sia la domanda delle imprese, sia l'offerta dei finanziamenti, nonostante vi sia l'obbligo del rimborso anticipato alla BCE, entro il 2016, in caso di mancata erogazione. C'è da ricordare ancora che entro fine febbraio 2015 devono essere rimborsati da parte del sistema bancario   circa 287 miliardi d'euro alla BCE relativi alla precedente operazione LTRO. E' pertanto prevedibile che, salvo maggiori e consistenti acquisti di covered bond e Abs da parte della BCE, potremmo assistere ad una stabilizzazione del suo bilancio intorno ai 2000 MM d'attivo, invece dell'aumento ai 3000 MM preventivati.
Tutto questo suscita le seguenti riflessioni:
1) dove sta lo stimolo alla domanda aggregata, la previsione di maggiori ricavi, che può far pensare alle imprese di poter realizzare quei guadagni prospettici tali da consentire un adeguato ritorno sugli investimenti effettuati?
2) perché continuare ad affidare esclusivamente all'iniziativa privata ( all'interno di contenitori molto generici) il compito di realizzare progetti ed investimenti, con un azione a pioggia, quando forse bisognerebbe concentrarsi su pochi grandi ed importanti Project Financing a livello europeo, in una sinergia fra pubblico e privato, volti ricercare una leadership mondiale nei settori più avanzati.?
Uno dei problemi più gravi per le imprese è rappresentato proprio dalla mancanza di fiducia sul ritorno dell'investimento.Non si può giustamente generalizzare; ma è evidente che vi sono seri problemi sia in Italia sia nel mercato europeo, se è vero che vi sono ampi segnali di deflazione. Siamo di fronte ad un problema di debolezza della domanda aggregata.. L'attuale riduzione dei costi dell'energia può costituire uno stimolo ai consumi; ma, da sola; non è sufficiente a far ripartire l'economia europea.
La proposta storica di Friedmann di "buttare soldi dall'elicottero " nei periodi di deflazione è interessante; ma, prevede poi che la spesa sia guidata dalle innumerevoli esigenze del cittadino, con l'inevitabile dispersione connessa.
Se la spesa pubblica dei singoli Stati nazionali è sostanzialmente stabile; se i consumi e gli investimenti privati sono fermi, uno stimolo forte per la ripresa della crescita economica può venire solo grazie ad una rilevante spesa pubblica centrale europea ( almeno 2000 MM finanziati con emissione di bonds sottoscritti sostanzialmente dalla BCE con un'operazione di QE?) come catalizzatore di grandi interventi ( nell'ambito del Piano 2020, in sinergia con i privati) che diano commesse e lavoro in tutta l'area.
La questione non è pertanto uscire dall'euro o restare in una situazione di paralisi propositiva, che aumenta le probabilità di uno scardinamento del processo d'integrazione, ma sollecitare l'intervento politico dei partiti europei perché superino i timori e gli antagonismi nazionali in un'ottica di sviluppo comune.
Che cosa rischiamo? Quali sono le controindicazioni?
In questo momento di deflazione strisciante è probabile che i rischi siano pressoché nulli. E' probabile che l'effetto sul livello dei prezzi possa, anzi, bloccare le tendenze deflative e contenersi entro l'obiettivo programmatico del 2%. E'probabile, inoltre, che vi possa essere un indebolimento del cambio nei confronti del dollaro che, certo, non può dispiacerci, in quanto aumenterebbe la concorrenzialità delle nostre merci. Non vi sarebbe sicuramente l'effetto temuto dalle popolazioni dei paesi più ricchi di dover mettere mano al portafoglio per aiutare i paesi più poveri.
 
 

lunedì 1 dicembre 2014

LE DECISIONI DIFFICILI


La mia impressione è che stiamo per arrivare al punto di non ritorno se la Commissione Europea ed i vari Stati membri non prenderanno entro l'anno 2015 la decisione di adottare politiche di sostegno e svilupo della domanda aggregata con azioni a livello centrale sostenute dalla BCE per importi dai 1000 ai duemila miliardi di euro .Dei tentativi della BCE di dare soldi alle banche destinati alle imprese ( operazione TLTRO) non si vedono ancora i frutti . Voglio sperare che sia una questione di tempi e che almeno questa iniziativa possa trainare tutte le aziende votate all'esportazione che possono avere ancora degli sbocchi sufficienti ad investire .Uno dei problemi più gravi per le imprese italiane  è rappresentato dalla mancanza di fiducia sul ritorno dell'investimento.Non si può giustamente generalizzare; ma è evidente che vi sono seri problemi sia in Italia che nel mercato europeo ,se è vero che siamo in deflazione. Un'Europa che pur sollecitando comportamenti corretti e virtuosi ( riforme strutturali e serietà di bilancio) non riesce a fare politiche espansive di sostegno alla domanda aggregata e d'investimento che i singoli stati non vogliono ( cfr Germania) o non,possono ( Italia , Grecia , ecc per motivi di bilancio ) fare , può essere quasi all'alba di forti tensioni nazionali , sociali ed anche internazionali che possono scardinarla.
 

Quando la gente comune non lavora e non trova un progetto da perseguire, qando aumentano i " nemici" da indicare come colpevoli ( anche a ragione in alcuni casi ) della nostra insicurezza non c'è da stare tranquilli e considerare tutto questo come "inevitabile" se non vogliamo ritrovarci tra qualche anno come coloro che videro passare davanti ai loro occhi chi andava nei campi di concentramento .

 

giovedì 6 novembre 2014

Sistema dei partiti e partecipazione reticolare


 
 
Il rapporto fra cittadini ed istituzioni si è progressivamente modificato, nel corso dell'età moderna, verso una sempre maggiore partecipazione. Ciò, inizialmente, si è accompagnato all'ingresso, all'interno delle istituzioni, dei rappresentanti delle nuove classi economiche emergenti (commercianti, artigiani, produttori) che si erano affermate unicamente grazie alla loro capacità d'essere vincenti all'interno del ciclo economico al di là della loro appartenenza, per nascita, ad un sistema cristallizzato di classi.
 
E' in quel momento che, in tutto il mondo occidentale, si pongono le basi di quella che, ancora oggi, costituisce l'ossatura portante delle nostre istituzioni democratiche: la Camera dei rappresentanti eletti dal popolo e la Carta Costituzionale dei diritti del cittadino
Questo "popolo" rappresentato è, all'inizio, costituito solo da persone appartenenti alla nobiltà ed alla classe economica borghese e non prevede la presenza femminile. La stessa possibilità di partecipare alla scelta dei rappresentanti è limitata dal censo e/o dalla categoria di appartenenza.
E' solo successivamente, in seguito alla profonda trasformazione delle nostre società e con la capacità di organizzazione e di lotta dei ceti popolari, che si arriverà al suffragio universale e all'apertura del voto alle donne.
L'Occidente conoscerà guerre, rivolte, rivoluzioni e grandi movimenti di opinione che troveranno e sperimenteranno, di volta in volta, nuove forme organizzative di partecipazione e sistemi istituzionali.
 Quello che, alla fine, rimarrà il vero veicolo nel rapporto fra cittadini ed istituzioni sarà il sistema dei partiti che consentirà al suo interno lo svolgersi di un percorso di rappresentanza delle varie componenti sociali. Dai mestieri, alle idealità, agli interessi di classe o di genere.
La storia dei partiti è la storia della moderna democrazia. Progressivamente, così come si allargava la possibilità di partecipazione di strati sempre più ampi di popolazione, alla stessa maniera la loro configurazione si è andata trasformando da partiti di quadri a partiti di massa, secondo una classificazione che tra i primi ha utilizzato M. Duverger nel suo libro sui partiti politici dei primi anni cinquanta.
Dice Duverger:
"I partiti di quadri raggruppavano solo qualche migliaio di persone, notabili per situazioni personali o rappresentanti di organizzazioni. I partiti di massa riuniscono centinaia di migliaia di iscritti, a volte milioni. Le dimensioni stesse dell'organizzazione comportano una trasformazione della sua struttura: da gruppi spesso informali, con limiti imprecisi e criteri di adesione scarsamente definiti, si passa a comunità fortemente strutturate. Il numero degli iscritti non è tuttavia il criterio per la definizione dei partiti di massa, malgrado il loro nome. Essenziale è che essi facciano appello alle masse, anche se queste non sempre rispondono, vale a dire che cerchino di raggruppare non solo persone influenti, conosciute e rappresentative, ma tutti i cittadini che accettano di entrare nel partito. "
I partiti sono stati inoltre lo strumento organizzativo, l'istituzione che ha permesso il sopravvivere nel tempo delle idealità espresse dai movimenti collettivi. In ogni periodo storico è sempre esistita una dialettica fra Movimenti ed Istituzioni.
 I Movimenti riuniscono le persone per la realizzazione di un obiettivo e vivono nella condivisione dei contenuti elaborati insieme. Normalmente, presentano le caratteristiche di un "comunismo elementare" e utilizzano forme il più possibile vicine alla democrazia diretta. Il "Movimento" lega le persone che lo compongono anche sul piano affettivo ed, in questo senso, le idee ed i valori sono vissuti con passione, costituendo spesso un'esperienza totalizzante. I Movimenti, tuttavia, non sono eterni. Essi si relazionano in maniera dialettica con le istituzioni, modificandole e modificandosi. Grazie alla forza ideale dei loro partecipanti l'intera società e le istituzioni sono investite da una tale forza di cambiamento da essere costrette a modificarsi per sopravvivere. Allo stesso tempo, il Movimento, per continuare la sua vita nel tempo oltre la fase eccezionale della sua nascita, deve organizzarsi e darsi delle regole che assicurino la sua sopravvivenza in una forma istituzionale, esprimendo, allo stesso tempo, le diversità ideologiche presenti al suo interno. Da questa motivazione nascono i partiti politici che rappresentano le diversità ideologiche o di visione presenti in un Movimento.
In questo senso, nei tempi moderni, vi è stata una continua e complessa dialettica fra Movimenti collettivi e partiti politici. Il Movimento Operaio è stato quello che forse ha influenzato maggiormente la nascita e la vita dei partiti di massa moderni. Il radicamento nella classe operaia è stato il fondamento di alcuni partiti come quello comunista o socialista; ma, allo stesso tempo, altrettanta importanza ha avuto la componente ideologico/culturale nella loro diversificazione.
 Nel corso della loro vita, le organizzazioni di partito sono state spesso investite dalla presenza di nuovi Movimenti collettivi che hanno posto nuove esigenze e richieste di partecipazione attiva. Di volta in volta, pertanto, si è sviluppata una profonda dialettica che ha modificato sia l'organizzazione sia la classe dirigente dei partiti stessi.
 Esiste ancora un'altra particolarità di ogni organizzazione cui non sfugge neanche il sistema dei partiti: la tendenza all' "autoconservazione" che è un'esigenza legittima e fondante dell'esistenza del partito; ma che, spesso, si traduce nell'immobilità del suo gruppo dirigente. Peggio ancora, la struttura organizzativa interna viene in qualche modo piegata all'esigenza di manipolare i propri iscritti, piegarli alle direttive definite dai dirigenti, senza un effettivo controllo né partecipazione alla loro definizione da parte dei suoi membri, con il perpetuarsi della classe dirigente attraverso il metodo della cooptazione.
Quando questo si verifica, il sistema dei partiti viene vissuto dalla cittadinanza e dai suoi iscritti come un corpo   separato ed impermeabile.
 Essendo poi l'unico veicolo istituzionale della rappresentanza politica, i partiti s'impossessano, di fatto, delle istituzioni dello Stato e facilmente anche della direzione della sua struttura burocratica ed economica.
La politica, che correttamente deve dare all'intero sistema sociale i suoi obiettivi, rischia pertanto di essere il frutto di un pensiero oligarchico che, nel migliore dei casi, utilizza degli strumenti plebiscitari per verificare il consenso delle sue proposte e utilizza dei tecnici per predisporle.
Questa situazione produce inevitabilmente un inaridimento della vitalità del sistema politico con scarsa presenza d'innovazione e dell' utilizzo delle conoscenze diffuse della popolazione. Anche quando, correttamente, le istituzioni statali cercano un dialogo con le associazioni e le esperienze di "cittadinanza attiva", senza la visione complessiva della politica e, soprattutto, senza che questa sia espressione della democrazia partecipativa dei cittadini all'interno di partiti, questo processo rimane alla fine elitario e privo di una progettualità ampia e condivisa.
 In sostanza, un'interruzione della democrazia all'interno del processo di formazione delle decisioni.
La sensazione che il cittadino non potesse influire sulle scelte strategiche riguardanti il proprio destino fu espressa con chiarezza proprio nella culla delle società avanzate occidentali: gli Stati Uniti d'America, all'inizio degli anni '60. Il fatto che,  in anticipio sugli altri paesi occidentali, questi temi fossero sviluppati proprio negli USA potrebbe essere una conseguenza proprio della mancanza di partiti  con una tradizione culturale socialista che, in qualche modo, invece  in Europa, mantenevano un forte rapporto fra iscritti e classe dirigente , all'interno dell'obbligato ruolo di opposizione al sistema capitalistico.
Il manifesto di Port Huron espresse con chiarezza questo disagio che fu alla base della nascita della " Nuova sinistra" e dei movimenti collettivi degli anni 60 negli USA.
La richiesta di partecipazione attiva dei cittadini dilagò poi anche in Europa, alla fine degli anni '60,  con l'affermazione dei movimenti collettivi degli studenti e di quelli operai.
 L'"assemblea " nelle scuole e nelle fabbriche fu identificata come il luogo dove doveva essere espresso non solo il disagio specifico per la propria condizione di studio o di lavoro, ma anche il confronto fra diverse visioni sociali. Un luogo privilegiato di dibattito  dove i quadri dei  sindacati e dei partiti  dovevano accettare il confronto politico e propositivo con la base operaia e studentesca.
Quando i Movimenti perdono la loro energia costitutiva, le loro idee e l'innovazione prodotta rimangono ancora vive nella misura in cui le istituzioni sociali ne sono state modificate o ne hanno assorbito, in qualche modo, l'insegnamento.
Questa è una continua dialettica presente anche nel nostro tempo.
La richiesta di partecipazione del cittadino, al processo decisionale riguardante il proprio destino ha trovato, in questi ultimi anni, dei nuovi strumenti tecnologici che gli permettono di accedere all'informazione ed all'approfondimento dei problemi con rapidità e facilità ed a superare il problema della distanza fisica: "La Rete internet".
La Rete ha permesso una continua interazione intellettuale ed ideale fra i suoi utilizzatori, la socializzazione delle esperienze, il confronto, anche conflittuale, fra le idee che genera innovazione, la possibilità di un utilizzo collettivo delle competenze.
Il superamento della fisicità dell'incontro ha permesso uno scambio di esperienze fra persone di paesi diversi in tempi rapidi, facilitando un'effettiva globalizzazione dei contenuti e delle esigenze.
E' naturale che da tutto questo sia scaturita una maggiore richiesta di partecipazione attiva della popolazione alle scelte politiche economiche e culturali del Paese in cui vive.
Abbiamo visto nascere esperienze di movimento e di protesta direttamente sulla Rete, con uno sbocco successivo organizzativo fisico nelle piazze. Molti Leaders carismatici hanno poi utilizzato questi strumenti per avere costantemente un'enorme platea digitale.
D'altra parte, la possibilità di partecipazione in Rete d'ogni singolo membro, l'"assemblearismo" e la democrazia diretta sono spesso considerati l'unico strumento possibile d'organizzazione.
C'è tuttavia da chiedersi se, nel rapporto duraturo con le istituzioni dello Stato e con il sistema dei partiti, non sia inevitabile superare l'assemblearismo e le forme di democrazia diretta, almeno per accoppiargli dei diversi livelli d'approfondimento, consentire la presentazione e il consolidamento dei diversi punti di vista, di programmi differenti e/o contrastanti, predisporre momenti di delega rappresentativa, necessari proprio per portare avanti gli obiettivi comuni.
Creare insomma nuovi e diversi livelli organizzativi.
 Non è forse necessario prevedere, all'interno della partecipazione, il momento della delega e vari livelli, sempre più complessi, nella formazione delle idee e nell'assunzione di responsabilità?
Il fatto che siano facilmente superabili le difficoltà di partecipazione, connesse con il tempo definito, lo spazio, l'informazione o la distanza, e che quindi sia possibile, organizzare, consultare o decidere insieme su alcune questioni, non toglie il fatto che si debba riconoscere, allo stesso tempo, una differenza di cultura, d'esperienza di vita, di passione, di coraggio, di saggezza ecc. esistenti fra le persone, che da un lato permettono ad alcuni di assumersi responsabilità maggiori e dall'altro gli fanno ottenere la fiducia da parte degli altri, che gli delegano delle funzioni.
 Un processo di delega e di rappresentanza, pertanto, di maggiore qualità e trasparenza che parte realmente da una base diversamente organizzata.
Tutto questo, all'interno di una nuova realtà che offre maggiori possibilità di controllo, trasparenza e verifica da parte di una base attiva e partecipante.
Su cosa quindi può fondarsi la delega?
Sulla fiducia che una persona ha saputo guadagnarsi nella guida di un gruppo di cui si è assunto progressivamente la responsabilità e da cui ha ottenuto la fiducia. Informandosi su tutto quello che non conosce, chiedendo aiuto tecnico e sottoponendolo al parere ed all'intelligenza comune, dedicandosi al bene del gruppo ed avendo il coraggio di prendere decisioni difficili. In questo percorso di responsabilità può avvenire la crescita e la formazione della classe dirigente.
Bisogna pertanto che il sistema dei partiti utilizzi le possibilità di partecipazione democratica offerte dall'utilizzo della Rete e che successivamente offra strumenti organizzativi adeguati per formare, attraverso un cammino di maggiore responsabilità, per vari livelli, la formazione ed il ricambio della classe dirigente.
Il PD è stato tra i primi a comprendere queste possibilità, quando immaginò che i circoli di base potevano essere costituiti sia online, sia sul territorio o sul luogo di lavoro.
I circoli online, in particolare, potevano soddisfare, in maniera organizzata, la partecipazione attiva del cittadino, al di là della sua collocazione territoriale o lavorativa, permettendogli di confrontarsi sui temi generali della società italiana.
Accanto a questa tipologia organizzativa, c'è tuttavia anche la possibilità di creare una nuova piattaforma, basata sullo scambio " reticolare " d'esperienze, che consenta alla struttura dirigente del partito d'interagire in tempo reale con i suoi elettori ed iscritti, oltre che con le associazioni ed i gruppi che a lei si riferiscono. Ci sono milioni d'elettori che potrebbero trovare, in questa modalità, una possibilità più agile e snella per dare il proprio contributo.Un luogo di discussione e di lavoro per i singoli cittadini, associazioni, gruppi, Circoli territoriali ed online, intellettuali e personalità politiche del partito. Una piazza virtuale, parte di quel processo di mobilitazione dell'intelligenza collettiva e di quella verifica delle idee che costituiscono un valore aggiunto all'interno di qualsiasi organizzazione.
La peculiarità di una struttura di questo tipo sarebbe la mancanza di una caratterizzazione politica legata a questa o quella corrente. Questa piattaforma potrebbe essere un luogo di confronto, uno spazio che assicuri la presenza e la rappresentazione delle diverse anime del partito.
Quali potrebbero essere le sue principali attività?
a)La prima potrebbe essere quella di rendere effettivamente funzionanti ed aperti i forum tematici presenti all'interno del sito del PD.
b)La seconda iniziativa potrebbe essere quella di realizzare uno spazio libero, ma opportunamente moderato, dedicato all'attualità politica e/o anche alla cultura. Vi dovrebbe essere collegato uno spazio dedicato alla possibile apertura di blogs personali, i cui articoli più interessanti potrebbero essere messi in evidenza.
Se su questi spunti si potrebbe immaginare l'esistenza di una piazza libera e sostanzialmente estemporanea d'espressione, l'utilizzo dei circoli online risponderebbe invece all'esigenza di un maggiore approfondimento dei temi, dello sviluppo dell'iniziativa politica e del percorso di responsabilità che coincide con quello di formazione della classe dirigente.
C'è chi pensa che, per la sua natura, non vi possa essere che un unico circolo online nazionale e che non avrebbero senso possibili duplicati. Se concettualmente il discorso può sembrare ineccepibile, tuttavia, non superare un certo numero di partecipanti ad un circolo, potrebbe favorire l'espressione del singolo. E' invece nel coordinamento dei diversi gruppi, nati anche con modalità diverse, che può formarsi una completa sintesi e rappresentanza.
Un altro punto interessante è capire se sia utile o meno che un circolo online possa avere delle sezioni territoriali o locali. Non sembra esistano delle reali controindicazioni. Anche nel caso di lavoro nel territorio, in concomitanza con le organizzazioni locali del partito, il risultato non potrebbe che costituire un'esperienza positiva per tutti.
Abbiamo visto che i circoli territoriali hanno cercato la possibilità di esprimersi anche sul web per cercare un più ampio contatto e discussione con i propri iscritti. Il processo di rappresentanza di questi Circoli continua per vari livelli territoriali, sino all'Assemblea nazionale ed alla Direzione. Questo percorso diretto è negato invece sia ai Circoli online sia a quelli di settore /lavoro. Viene anzi specificato che: "il membro di un circolo online deve esprimere l'esercizio del suo diritto di rappresentanza indicando il Circolo territoriale dove intende esercitarlo".
Questo deve essere cambiato.
 Bisogna riconoscere l'originalità dei Circoli online e di quelli settoriali e dar loro opportuni percorsi rappresentativi.
Si ritiene quindi che, senza limitare eccessivamente la nascita dei Circoli online, debba esserci, invece, una maggiore attenzione per la formazione di un Coordinamento degli stessi, all'interno di cui si possano eleggere democraticamente dei rappresentanti per l'Assemblea Nazionale, stabilendo inoltre un contatto continuativo e diretto con un responsabile scelto all'interno della Direzione Nazionale
Concludendo, si ritiene che i Circoli online possano costituire una parte della risposta organizzativa ad un modello di democrazia partecipativa all'interno dei partiti moderni.